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Stemma ufficiale di ARALDICA ITALIANA

ALCUNE FIGURE ARALDICHE

Significato e Simbologia delle Figure Araldiche

Ogni figura araldica — animali, oggetti, elementi naturali — ha nello stemma un significato simbolico preciso, tramandato dalla tradizione e dai grandi trattatisti di araldica. In questa pagina trovi il significato di alcune tra le principali figure e pezze utilizzate negli stemmi nobiliari e gentilizi italiani.

Indice delle Voci

Arcobaleno

L'arcobaleno si rappresenta in araldica come una banda o una fascia centrata, di quattro colori, cioè d'oro, di rosso, di verde e d'argento che non si blasonano.

Quando il numero di questi colori cangia, conviene avvertirlo nel descriver l'arma.

Spesso si dipinge con tutti i sette colori del prisma, rosso, aranciato, giallo, verde, azzurro, turchino e violetto, ed allora dicesi al naturale.

L' arcobaleno è simbolo biblico della riconciliazione, della pace, della sicurezza e della speranza cristiana, e in araldica ha altresì il significato di tregua.

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Arme Parlante

Arme parlante detta ”agalmonica”, antico vocabolo derivante dal greco.

Si dice arme parlante, quando all'interno di essa compaiono figure che alludono al cognome della famiglia.

Dopo l'anno 1000 si introdussero in Italia cognomi strani, a volte ridicoli, provenienti per la maggior parte da soprannomi, per disegnare i quali, furono poste nell'arme figure allusive, che nulla hanno di simbolico o con significato particolare.

Nel nostro paese esistono una miriade di armi parlanti, ad esempio possiamo citare quelle delle famiglie; Chiesa, Pesce, Bellocchio, Colleoni, Porro, Porrini, ecc. per non stancare la sofferenza di chi ha la bontà di leggerci.

Gli scudi semplici, sono da considerarsi i più antichi, alla stessa stregua dobbiamo considerare gli scudi parlanti, perché essi nascono insieme al cognome del capofamiglia al quale fu fatta concessione.

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Arme per Inchiesta

Araldicamente non è possibile avere uno smalto sopra un’altro smalto; non è possibile, ma non vietato.

Tali scudi, sono rarissimi e prendono appunto il nome “per inchiesta”dette anche, “Dimandanti” dal francese Armoiries à enquerre

Quelle che essendo composte contro le regole del Blasone, danno motivo di ricercare perché siano di tal fatta.

Senza dubbio, per qualche azione gloriosa, quindi, non sono da considerarsi false, come qualcuno dice, benchè abbiano colore sopra colore o metallo sopra metallo; non sono comuni a tutti, ma di qualche illustre personaggio, come fu l'arme di Goffredo di Buglione per contrassegno dell'eccellente suo valore e della conquista che egli fece della città e del regno di Gerusalemme.

E di Goffredo così canta un incerto autore, riferito dal Campanile:

E quantunque li costume nostro voglia che nel compor l'armigere divise

Il Metal col Metallo non s'accoglia, né i color col color, giammai si mise

Pur di soddisfare alla sua voglia, Argento con pur Oro in un commise,

Dica pur chi vuol ch'io falli, Ch'io porrò insieme gli ottimi metalli.

Queste arme, in tal modo contrarie alle leggi araldiche, sono rarissime in Francia, in Italia, in Fiandra, in Inghilterra ed in Spagna, ma sono comunissimo nella Germania settentrionale ed in Polonia.

In Germania, molte famiglie, tra queste i Breitenbach, Damitz, Kratzen, e molte altre, hanno arme dimandanti, o false, giacche è ben difficile discernere se un'arma sia falsa oppure d'inchiesta.

I vocaboli “dimandante, d'inchiesta, di ricerca”, alludono alle domande che si potrebbero fare sulla cagione dell'irregolarità dell'arma, quindi noi chiamiamo indifferentemente le false e le dimandanti arme irregolari.

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Armellino o Ermellino

Dal Latino Pellis muris pontici è uno dei campi usati in araldica, il primo delle pelliccie o foderature.

Consiste in un fondo bianco o argenteo seminato di piccolo macchiette nero aventi la testa a trifoglio e la codetta spartita in tre; ma si trovano anche di alti e con forma a fiocchetti, a crocette, ecc.

Figura la pelliccia dell'armellino o ermellino, animaletto della famiglia delle mustelidi.

La pelle d'armellino è stata sempre impiegata come foderatura, e ha goduto di grande stima presso tutti i popoli a cagione della finezza sua e della sua estrema bianchezza.

I re ed i principi ne foderavano i loro manti di cerimonia, e i grandi signori nel Medio Evo ne han fatto delle cotte d'arme che portavano negli eserciti.

E siccome nei primi tempi queste pelli si attaccavano insieme colle code nere pendenti, da ciò forse con più probabilità è venuto l'uso di far l' armellino bianco coi fiocchetti neri.

Le vesti d'armellino così composte erano in uso anche presso gli antichi che le chiamavano pelles sylvestrium murium consarcinatae.

In seguito per fare queste vesti più unite si tolsero le code e furono sostituite dai fiocchetti di pelo nero.

Il Brianville assicura che il nome d'armellino deriva dalle pelliccia che si facevano in Armenia, che gli antichi Galli chiamavano Hermenie, o gli Armeni Hermins, d'onde il vocabolo hermine, come zibellino si chiama la pelliccia che veniva da Zebel in Palestina.

Difatti gli Armeni avevano delle vestimenta tutte loro particolari ed erano fatte di pelli di mures che nascevano in quel paese, comprendendo gli antichi col vocabolo mures tutti gli animali del genere delle mustele.

Alcuino dice che Berta figlia di Carlomagno portava attorno al collo una pelle che egli denomina murina, cioè una pelle di mures pontici.

L'autore della vita di Luigi il Grosso si servono dei termini Hérmenie, Hermenii per significare l'Armenia e gli Armeni.

Si vede in tal modo quanto sia giustificata l'opinione che fa derivare le pelliccia d' armeilino dal Ponto e dall' Armenia.

Si dice che il primo ad usare l'armellino nelle armi sia stato Giovanni IV duca di Bretagna in occasione dell'istituzione dell'ordine dell'armellino, del quale animale abbondava quel paese, ma lo si trova in un sigillo del 1218 appartenente al duca Pietro Mauclerc ; e questa pelliccia sempre rimase sullo scudo brettone non solo, ma benanche nelle arme.delle principali famiglie del ducato di Bretagna, nel quale è considerata come lo smalto più stimato ed anteposta all'oro ed all'azzurro, che pure sono gli smalti favoriti della Francia.

L'armellino si usa tanto come metallo quanto come colore, potendosi sovrapporlo sì a questo che a quello, senza alterare le leggi del blasone; giova notare però che s'accorda più comunemente col rosso.

Essendo usato solamente nelle vestimenta dei sovrani, degli alti magistrati e dei grandi signori, dimostra dignità, nobiltà., preminenza d' onori e giurisdizione

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Bastone di Comando

Chiamasi in generale bastone da comando qualunque verga o mazza che serva di distintivo di vita civile, militare o ecclesiastica.

Il bastone fu sempre, sino dagli antichi tempi, un segno di comando o un attributo di dignità o di carica.

Omero parla di bastoni militari portati dai capitani; i primari magistrati di Roma portavano bacchette d'oro, d'avorio o di quercia per farsi distinguere nella loro dignità.

Lo scettro stesso, altro non è che un bastone contrassegnante l'autorità sovrana.

I primi monarchi francesi oltre lo scettro portavano anche un bastone coperto di lamine d'oro, che fu poi sostituito nel secolo XIV dalla mano di giustizia.

In Francia il bastone fu sempre distintivo dei generali d'armata.

Il duca d’Anjou, che fu poi Enrico III, ricevette il comando dell'esercito cattolico per l'assedio della Rochelle da suo fratello Carlo IX mediante un bastone.

Il Giulini dice che il bastone era anche usato nelle investiture dei vicari imperiali.

Nelle armi si delinea d’oro, d'argento, di nero, d’azzurro, o di nero con l'estremità bordate d'argento ecc.

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Bisante

I bisanti sono figure rotonde e piatte come le torte, da cui differiscono per essere i primi di metallo e le seconde di colore.

Benchè il Maigne, citando l'esempio dei bisanti dei Poitiers, che in origine erano vasi, voglia far supporre che dai vasi avesse origine la figura di cui parliamo, pure noi non possiamo attenerci a questa opinione.

Difatti il nome stesso ci rivela aver sua origine dai bisantii o bizantini, monete coniate nel Medioevo a Bisanzio ed il cui uso si estese in Francia, in Italia, in Inghilterra, a Cipro e fra i Saraceni, come rilevasi da antichi manoscritti.

Quanto all' Introduzione dei bisanti nelle arme, convien credere che rimonti alla presa di Costantinopoli fatta dai Crociati; e infatti sin dal secolo XIII vengono nominati nell'araldica.

Nella descrizione manoscritta del torneo di Clamecy, celebrato nel 1285, si leggono questi versi:

D'or et de gueules fu bandez

Lambiaux d'azur et bezantez

Gli autori attribuirono a questa, figura molti simboli: alcuni vi denotarono la ricchezza, altri la generosità e il liberale aiuto.

Il Ginanni dice che indica le funzioni di maestro di casa, tesoriere o segretario del re, la parte presa alle crociate e il diritto di batter moneta nei propri domini.

Altri araldisti, vollero vedervi un contrassegno degli elemosinieri della corona di Francia; ma vi sono tante arme gentilizie con bisanti e in Francia e fuori, che questa opinione non è nemmeno discutibile.

Qualche volta i bisanti indicano stipendi militari, come nell'arma Michiel di Venezia, e spesso custodia dell'erario pubblico, o del tesoro d'una corona.

Il Cartari dice che, sogliono servire per contrassegni di soggezione e tributo.

Fra tante opinioni la più accettabile ci sembra quella del diritto di batter moneta, diritto un tempo posseduto da quasi tutti i feudatari d'alta e bassa giustizia.

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Capo dell’Impero

Questo capo di concessione, che fu introdotto in Italia sotto Barbarossa, è da sempre contrassegno della fazione dei Ghibellini, è d'oro caricato dell'aquila bicipite spiegata di nero, imbeccata e coronata d'oro.

In altre armi l'aquila è semplice, e sovente con le appendici e la corona nera come il corpo, ma in questo caso conviene blasonarla.

Un settimo forse delle armi italiane portano il capo dell'Impero

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Cherubino

Tale figura è anche denominata “testa alata o testa di Serafino”

I Serafini, sono rappresentati in araldica da teste di fanciulli alate.

Se hanno quattro ali, è necessario che si blasoni, ad esempio: “Di azzurro al serafino alato di quattro ali”.

Secondo il Ginanni, autorevole araldista, le teste serafiche, in araldica simboleggiano devozione, speditezza negli affari, messaggi di pace e liete novelle.

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Cipresso

Il cipresso, rappresenta l’eternità della fama; e quando è di verde in campo d’argento dimostra speranza gloriosa a cagione di pace conchiusa.

Anticamente era geroglifico di morte e di cose funeste.

Nelle imprese è emblema di incorruttibilità, perché anche in vecchiaia resiste al tarlo.

Il suo colore è solitamente il verde; tuttavia ve ne sono anche di altri colori.

Nell’arme si può rappresentare: sradicato, cimato, posto in banda, terrazzato, legato, ecc.

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Croce di Sant’Andrea

Pezza onorevole di primo ordine, combinazione della banda con la sbarra, in forma di una X; i suoi bracci si estendono sino agli angoli dello scudo, a meno che non sia scorciata, o modificata alle estremità.

La larghezza dei bracci è di due parti delle sette dello scudo.

Le piccole croci di Sant’Andrea in numero di due o più, si chiamano crocette di Sant’Andrea.

Una croce di Sant’Andrea si può diminuire riducendola ad un estrez decussato o ad un filetto in croce di Sant'Andrea.

Le opinioni degli araldisti sull'origine di questa pezza nelle arme sono svariatissime.

Alcuni non vi rinvengono che una croce messa in diversa posizione e presa nelle Crociate.

Altri dicono che la devozione a Sant’Andrea ha potuto fare introdurre lo strumento del suo martirio nelle armi, oppure ne fu cagione il nome del fondatore o d'altro personaggio della famiglia.

Secondo molti scrittori, la maggior parte delle croci di Sant’Andrea che si vedono nelle armi vengono dall'epoca delle divisioni delle case di Borgogna e d'Orléans.

Questo sentimento è assai probabile, perché infatti la croce di Sant’Andrea era il distintivo dei Borgognoni, ma non si può dire la stessa cosa per tutte le famiglie che le portano.

Il Capaccio, dice che l'impresa primitiva della casa di Borgogna erano due bastoni noderosi posti in croce di Sant’Andrea, non per la devozione a questo santo, ma perché strofinando insieme due pezzi di legno si incendiano; intendendo con ciò, che due forze unite si fanno più potenti e vigorose.

E per dire il vero, nelle bandiere borgognone si vedevano questi due bastoni contronoderosi di rosso in campo azzurro.

Ma sia per devozione, o per altra causa è certo che la croce di Sant’Andrea, fu l'emblema favorito di quei duchi, e che una parte di arme francesi la portano per aver seguito il partito di essi.

Ciò però non da la spiegazione del pezzo araldico.

Che cosa era in origine? un pozzo di barriera, come insiste ostinatamente il Menestrier? ovvero la cifra X, che racchiude la perfezione dei numeri, come avanzano altri? No, la croce, che noi chiamiamo di Sant’Andrea, e che i Francesi chiamano più logicamente sautoir, non è che la staffa dei cavalieri.

Il solo vocabolo francese lo indica, sautoir, ossia saltatoio, montatoio, da sauter, salire.

Il sautoir era anticamente un cordone di seta o di canapa, coperto da una stoffa preziosa o attaccato alla sella per salire a cavallo; gli scrittori del medioevo lo chiamano sautour,sautouér, sautant.

Queste staffa avendo appunto la forma di un X o croce di Sant’Andrea passò in araldica sotto questo nome, ma rimase in Francia col nome originario.

Il Ducange però, da un' altra etimologia alla voce sautoir; egli la cava dal latino saltuarium.

La croce di Sant’Andrea si trova spessissimo nelle armi francesi, per lo più accantonata da quattro figure.

Anche nella Spagna è molto comune, in memoria della battaglia vinta a Beaca contro i Mori nel dì di Sant’Andrea, e ad imitazione di Lopez Diaz da Baro, generale dei vincitori, che la pose per primo nella sua arma.

La croce di Sant’Andrea è chiamata da altri autori decussata, a sghembo, diagonale, traversa, saltiere, borgognata, borgognona o di Borgogna.

Quasi tutti gli attributi della croce si convengono alla croce di Sant’Andrea.

Questa può essere accompagnata, bordata, accantonata, caricata, diaprata, scaccata, inchiavata, cancellata, fusata, losangata, ínferriata, attraversata, attraversante, ecc.

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Delfino

Il delfino, è il più nobile dei pesci usati nelle arme, rappresenta coraggio e lealtà.

E' inoltre simbolo di vittoria navale, di principe vigilante e clemente, di guerriero sollecito, di protezione sincera, di fedeltà e d'animo piacevole.

Secondo il Litta, il delfino sarebbe un ricordo delle Crociate.

Sagacia, pietà e sensibilità hanno altresì per emblema questa figura:

Te, delfin vispo, cui del vicin nembo

Fama non dubbio accorgimento diede,

E pietà quasi umana e senso al canto.

(Mascheroni - Invito a Lesbia)

Il delfino attortigliato ad un'ancora vuole inferire la sentenza Festina lente (Giovio - Ragionamento sulle imprese)

Tale figura, la usarono Vespasiano imperatore e Aldo Manuzio.

I Delfini o figli primogeniti del re di Francia, portavano un delfino nelle loro arme, e la corona chiusa da delfini rovesciati d'oro.

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Destrocherio Armato

Dal latino “dextar”, il destrocherio era anticamente un’armilla o braccialetto, che gli uomini e le donne portavano al polso destro.

Questo vocabolo passò poi in araldica per esprimere un braccio destro nudo, vestito o armato che appare movente dal fianco sinistro dello scudo.

Facciamo notare che, quando si descrive uno stemma, tutte le figure che si trovano a destra di esso, si dicono a sinistra e viceversa.

Le figure all’interno dello scudo si blasonano nella posizione in cui le vede il cavaliere che porta lo scudo.

Tornando al destrocherio, l’eminentissimo storico Goffredo di Crollalanza, nella sua rarissima opera “Enciclopedia Araldico Cavalleresca” alla pag. 255 dice “Figura usatissima, specialmente in Sicilia e va soggetta ai seguenti attributi: tenente, armato, nudo, vestito, alato, impugnante ecc.”

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FENICE dal latino “Phaenix”

Il più celebre fra gli animali favolosi dell'antichità, definito dagli arabi creatura di cui si conosce il nome e si ignora il corpo, che corrisponderebbe al nostro detto:

Che ci sia ciascun lo dice,

Ove sia nessun lo sa.

Il primo a darne una descrizione particolare fu Erodoto:

“V'è, dice egli, un uccello sacro che si chiama Fenice, io non l'ho mai visto se non dipinto.
Non si vede spesso neppure in Egitto.

Gli Eliopolitani dicono ch'esso viene ogni 500 anni, da quando suo padre è morto.

Se rassomiglia alla pitture che ho veduta, egli è della forma e della grandezza di un'aquila; la sua piuma è dorata, e tinta di rosso; ne riferiscono delle cose poco verisimili.

Dicono che venendo dall'Arabia nel Tempio del Sole, esso vi porta suo padre coperto di mirra, e che lo sotterra in questo tempio; e che per portarlo, esso fa primieramente con della mirra una massa in forma d'uovo tanto grossa quanto la può portare, di che prima ne fa prova, che dopo tale esperimento scava siffatta massa e vi mette dentro suo padre che la rende dello stesso peso ch'era innanzi; che la rinchiude con altra mirra e che la porta poi in Egitto nel tempio del Sole.”

Questa storia fu, con vari abbellimenti, ripetuta o creduta per più di mille anni. Ne parlarono circostanziatamente, Antifane, Cheremone, Lucano, Marziale, Mela, Ovidio, Plinio, Seneca e Stazio; Tacito, racconta che ne fu vista una in Egitto l'anno 34 dell'era volgare.

Il Rabbino Osaja dice che, la ragione per cui la fenice vive sì lungo tempo è perché essa fu il solo animale che non mangiasse del frutto vietato dal paradiso.

San Clemente Romano, riferisce che, l'araba fenice essendo presso a morire si costruisce una pira d'incenso e mirra, vi dà fuoco e vi muore entro.

Allorché, la sua carne è corrotta, ne nasce un verme che si nutre dell'umore dell'animale morto, e riveste le penne, divenendo in tal modo una nuova fenice, che è sempre la stessa che spira sul rogo.

Su queste favole si potrebbero dare due interpretazioni.

Primieramente si potrebbe supporre che questo uccello fosse il fagiano dorato della Cina o l'uccello di paradiso, sopra il quale, per la sua rarità e per la bellezza delle sue penne, gli antichi avrebbero spacciato mille fole.

Ovvero, siccome nell’antica Grecia significa egualmente un palmizio, albero al quale si attribuivano facoltà soprannaturali, specialmente quella di rinascere dalle proprie ceneri quand'era distrutto, è probabile che si equivocasse del nome, e si inventasse la storia della fenice che altro non sarebbe che un'allusione alla fertilità dei paesi orientali.

Presso gli Egizi era geroglifico dell'anima che sopravvive al corpo e passa in altro, per la teoria della metempsicosi; presso i cristiani sarebbe un simbolo della resurrezione di Cristo.

In araldica, che l’adotta come tutte le altre creazioni dalla fantasia umana, rappresenta la costanza propria dei cuori più nobili e generosi.

Nelle imprese è per lo più accompagnata dai motti:

Post fata resurgo; Perit ut vivat; Ut in aeternum vivat; Vita mihi mors est;

Nemica fiamma amica vita adduce; ecc.

Graziosamente il Cavalier Ciro di Pers, si valse dell' idea della fenice per un'ode da nozze, scrivendo allo sposo:

Ma ben arder felice

Tu sol fra gli altri puoi, che i cari incendi tuoi Dolce temprar ti lice,

Amorosa Fenice, In si bel rogo ardendo

Rinascerai morendo.

Nelle divise è emblema di castità vedovile, di virtù immortale, di contemplazione, di penitenza e di fama.

Nello scudo si pone di profilo, colle ali semistese sopra un rogo, che si dice “immortalità” quando è di smalto diverso dall'uccello, non si blasona se è dello stesso.

La fenice è per lo più “riguardante”un sole posto nel primo cantone, che simboleggia la gloria a cui aspira il merito; raramente è “volante”.

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Gli Smalti

L'Oro è simbole del Sole, il maggior astro della natura, l'eccelso, il vivificatore.

L'Oro significa: per le virtù spirituali: fede, clemenza, temperanza, carità, giustizia; per le virtù e qualità mondane: felicità, amore, gaudio, nobiltà, splendore, gloria, sovranità.

L’Argento è il secondo metallo dell'Arme, dopo l'oro.

Come l'oro rappresenta fra i pianeti il sole, così l'argento rappresenta la Luna.

Per le virtù spirituali significa: purità, verginità, innocenza, umiltà, verità, temperanza; per le qualità mondane: clemenza, gentilezza, sincerità, concordia, allegrezza, vittoria, eloquenza.

Non v'è arma perfetta senza l'argento e senza l'oro.

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I Colori

In Araldica, sono di primaria importanza i colori che compongono lo stemma, e sono:

il Rosso, l'Azzurro, il Verde, il Porpora o Paonazzo, il Nero, l’Argento, l’Oro, color Carnagione, quando nello stemma vi è raffigurata una persona o parte di essa ed il Naturale, per gli animali, le piante, le pianure verdeggianti ecc.

I metalli, importantissimi e segno di grande nobiltà, sono: “l’oro e l’argento”, i quali possono essere raffigurati in bianco per quanto riguarda l’argento e giallo per quanto riguarda l’oro.

Il Rosso è stimato il primo fra i colori dell'Arme, assomigliando al fuoco.

In Araldica il Rosso significa: per le virtù spirituali: verecondia, amore ardente verso Dio ed il prossimo e la giustizia; per le qualità mondane: nobiltà cospicua, dominio, vendetta, audacia, coraggio, valore, spargimento di sangue in guerra, fortezza, magnanimità, desiderio ardente.

Nei tornei significava allegrezza

Anticamente non era permesso ad alcuno di portare l'oro e il rosso se non ai Re e ai Principi.

L’Azzurro è il colore turchino che richiama il cielo o il mare.

L'azzurro significa per le virtù spirituali: devozione, fedeltà., castità, giustizia e santità; per qualità mondane: bellezza, nobiltà, fortezza, vigilanza, vittoria, perseveranza, ricchezza, amore alla patria, buon augurio, fama gloriosa.

Nei tornei era contrassegno di gelosia.

L'azzurro fu il distintivo della Parte Guelfa.

Il Verde è il colore che in Araldica richiama la terra verdeggiante.

Il verde, per le virtù spirituali significa: amore, amicizia, abbondanza, allegrezza, civiltà, cortesia vigore, onore, vittoria.

Nei tornei era simbolo di speranza nella vittoria.

Il Porpora in Araldica rappresenta la terra che fiorisce per la purità della sua luce.

Il Porpora, per le virtù spirituali significa: fede, temperanza, castità, verecondia, devozione; per le qualità mondane: nobiltà cospicua, signorile grandezza, ricompensa d'onore, ricchezza, liberalità, sovranità e regia dignità.

Nei tornei era simbolo di Amore.

Il nero è il meno nobile dei colori, rassomigliante alle tenebre, mentre gli altri più si accostano alla luce.

Fu usato dai Cavalieri che portavano il lutto.

Il nero per le virtù spirituali simboleggia: fermezza, costanza, vittoria saviezza, prudenza, onestà, fede.

Nei tornei era simbolo di tristezza.

CARNAGIONE

Diconsi di Carnagione quelle figure che sono del corpo umano rappresentate al naturale nel loro color carne come il viso le mani, i piedi.

NATURALE

Colore proprio degli animali, dei fiori, dei frutti, degli alberi, delle pietre preziose, che si rappresentano nei loro colori naturali.

LE PELLI.

L'uso delle pelli nell'Arme vuolsi attribuire alla costumanza degli antichi Romani di coprirsi nelle battaglie di pelli di animali feroci per atterrire i nemici o rivestirne gli scudi.

L'ARMELLINO o ERMELLINO

Piccolo animale dal pelo bianchissimo e prezioso e dalla coda nera.

Sulla sua pelle si dispongono simmetricamente le code nere così come si usava un tempo foderare i mantelli.

Queste code, a guisa di fiocchetti o di mosche si chiamano Moscature.

L'Armellino può servire così da metallo (argento) come da colore.

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I Monti o le Montagne

Le montagne si rappresentano in araldica per lo più al naturale, moventi dalla punta, e significano grandezza, sapienza e dignità sublime; se sono fornite d'alberi o di verdure rappresentano grandi pensieri nudriti dalla propria virtù.

Ma ordinariamente sono poste nelle arme per rappresentare la posizione elevata d'un feudo o d' una città, o come segni parlanti.

Attributi della montagna sono: recisa, ombrata, erbosa, caricata, sormontata, uscente, ecc.

II monte si rappresenta in araldica scorciato, ossia staccato dalla punta, e formato di due, tre o più monticelli, ciò , che lo fa distinguere dalla montagna, che è rappresentata come in natura, movente dalla punta e d'un solo pezzo.

In Italia questi monticelli si disegnano per lo più come pilastrini lisci e arrotondati, simili a quelli che posti a piramide si rappresentano sotto la Croce del Calvario.

In Francia invece si effigiano colle sinuosità proprie dei monti, ed in Germania come una punta foggiata a trifoglio, ossia a tre escrescenze rotonde con un solo smalto unito.

Bisogna anche osservare che se le cime di monti o piastrini sono sovrapposti a piramide, si blasona: al monte di 3, 5, 6 cime, ecc.

Se invece sono ordinati in fascia ed uniti solamente nei lati, si dirà: a 2, 3, 4 monti, ecc.

Quando i monti muovono dalla punta, o sono posti 2 e 1, oppure 3, 2 e 1, ecc. conviene indicarlo.

Tutte queste leggi sono necessarie per ben definire blasonando la forma e la posizione precise di queste figure.

I monti sono comuni in moltissime arme municipali, ma in Italia si vedono altresì molteplici in quelle delle famiglie.

Il Ménèstrier dice, che gran parte delle case italiane che hanno feudi sull' Appennino, portano i monti nelle loro arme.

Il Lespine, aggiunge che la disposizione dei monti a pilastrini è tutta italiana.

Del resto la simbolica dei monti è la stessa che si dà alla voce montagna.

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Il Bue

Il bue appare nello scudo di profilo, passante e con la coda pendente, ciò che lo distingue dal toro, che si rappresenta colla coda rivolta sul dorso.

Si rappresenta però, anche furioso, pascente, collarinato, squillato, cornato, unghiato, ecc.

È simbolo di pazienza, di fatica sopportata con rassegnazione e di assiduità al lavoro.

Essendo di smalto in campo d'azzurro, vuol dimostrare fatica di un nobile indirizzata a gloriosi acquisti.

D'argento in campo rosso, pensieri mansueti in animo giusto o caritatevole.

Il bue coronato è emblema della pace; il bue furioso simboleggia la pazienza che soverchiamente stancata prorompe.

Spesso nelle arme si vede la sola testa del bue, o di profilo, o di fronte (rincontro).

La testa di bue può essere coronata, cornata di smalto diverso, ecc.

Il bue è una figura frequente in araldica.

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Il Cane

Il cane è molto frequente nelle armi, specialmente il bracco, il levriere, il mastino, il barbone e l'alano.

Antico geroglifico della custodia, chi non conosce il “cave canem” dei Romani?

E come emblema di custodia, di vigilanza, di fedeltà, d’obbedienza, di sottomissione e di gratitudine, per questi motivi fu scelto come figura da porre fra le figure del blasone.

Il cane d'argento in campo nero significa un cavaliere adorno di virtù singolari, massimamente fedele, sincero e costante.

Il cane è anche ricordo delle antiche battute di caccia signorili.

Viene rappresentato di profilo, passante, corrente, sedente, rampante, coricato, affrontato, collarinato e affibbiato, bailonato, abbaiante, accoppiato, guinzagliato, addossato, rivoltato, nascente, ecc.

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Il Capo

Il capo è una pezza onorevole di primo ordine, chiusa da una linea orizzontale posta poco distante dal lato superiore dello scudo, in modo che la pezza costituisca una fascia larga un terzo dell'altezza dello scudo o, secondo altri, due parti delle sette che ne costituiscono la larghezza.

Dei punti dello scudo, il capo contiene il punto del capo, e il punto destro e sinistro del capo.

Secondo la più diffusa opinione, il capo rappresenta l'elmo del cavaliere; alcuni autori francesi vogliono che, simboleggi una ferita riportata dal guerriero nella testa.

Altri dicono che indica il capo dell'uomo, diviso in tre parti, rappresentanti le sue facoltà.

Il Bombaci dice che il capo, essendo quasi corona lo scudo, ci rappresenta il diadema, di cui per virtù, se non per fortuna, se ne devono coronare i portatori.

Molti araldisti sono d'accordo nell'attribuirne l'origine alle antiche bande dei re.

Il Ginanni ci dà di esso la seguente simbolica: superiorità, pensieri sublimi, perspicacia, vigilanza.

Il capo è tra le figure araldiche più comuni.

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Il Capo d’Angiò

Il capo d’Angiò, quella figura, chiamata lambello composta da quattro pendenti di rosso e tra un pendente e l’altro un giglio d’oro.

Il fondo del Capo d’Angiò è obbligatoriamente di colore azzurro, in Italia è distintivo di parte guelfa e si trova facilmente nelle armi Toscane e di Romagna.

Molto simile è il capo d’Angiò di Sicilia, arma degli Angioini che dominarono nelle due Sicilie, a differenza del capo d’Angiò, quest’ultimo ha sempre il lambello a quattro pendenti di rosso, ma disseminato di gigli d’oro.

Anche in questo caso è distintivo di parte guelfa ed è chiamato anche “Capo di Napoli”.

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Il Capriolo

Pezza onorevole di primo ordine, formata dalla sbarra e dalla banda moventi dagli angoli inferiori e riunite nel punto d'onore.

Ciascun braccio è due parti delle sette di larghezza dello scudo, quando il capriolo non è accompagnato da altro.

Il capriolo è quasi sempre la pezza principale nello scudo; vi sono però dei casi in cui carica altre pezze onorevoli.

Quando vi sono più caprioli in uno scudo, devono essere posti l'uno sull'altro, a distanze uguali alla loro larghezza.

I caprioli che caricano le pezze onorevoli, come un capo o una fascia, devono occupare tutta la loro altezza; se caricano un palo, tutta la sua larghezza.

Quando vi sono più di quattro caprioli, essi si chiamano scaglionetti.

1 capriolo diminuito che non ha che il quarto della larghezza ordinaria dicesi estaje, o italianamente scaglionetto.

Sull'origine di questa pezza tutti gli araldisti hanno scritto, e le loro opinioni sono varie.

Il più sono col Ginanni e con il Bombaci che vogliono rappresenti un'armatura da sostenere i tetti delle chiese, e perciò simboleggiare nobiltà antica e pronta a difendere e sostenere la chiesa.

Altri vi vedono dei pezzi di steccato da torneo; altri lo sperone dei cavalieri.

Quest'ultima opinione fu molto combattuta sotto il pretesto che si vedono nelle armi anche speroni naturali.

Ma il capo non fu detto rappresentare una corona? eppure si vedono bene corone negli stemmi.

La rosa si trova naturale ed araldica; così pure il giglio, il ciliegio selvatico, le monete, e tante altre figure.

Perché dunque il capriolo non potrebbe rappresentare uno sperone?.

Altri scrittori asseriscono che il capriolo simboleggia il fondatore della famiglia o che indica acutezza di ingegno, per la sua forma, protezione, perché protegge le volte, costanza, perché resiste anni interi sotto il peso dei tetti, ecc.

Alcuni moderni lo spiegano anche una squadra o archipenzolo.

Non si potrebbe supporre anche che fosse un vero cavalletto d'armi, ossia un sostegno di legname su cui gli antichi cavalieri posavano le armature loro e quelle dei cavalli?.

Fra tante opinioni, ci potrebbe ben stare anche questa.

Un autore francese non pretese che il capriolo figura lo stivale e che il cavaliere fu ferito nella gamba?.

Nomi dati al capriolo furono anche: cavalletto d'armi, scaglione, squadra e archipenzolo.

Non parliamo di vocaboli cavrone, caprone, cevrone, chevrone, trabeatura ed altri che sono da respingere interamente.

Il capriolo è una delle pezze più frequenti nel blasone.

Le armi di Francia e di Inghilterra ne sono pieni; molte anche delle italiane e olandesi.

In Francia sono per lo più accompagnate da altre figure, poste 2 in capo e una in punta fra i due bracci.

Gli attributi del capriolo sono innumerevoli, citeremo i principali: caricato, attraversante, attraversato, accompagnato, contrapotenziato, scaccato, bordato, addestrato, bandato, cotissato, spaccato, dieprato, inchiavato, cancellato, fusato, losangato, partito, sarchiato, sormontato, interzato, inferriato, moscato, composto, rinserrato, ecc.

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Il Castello

In araldica il castello rappresenta dominio feudale, signoria, antica nobiltà di razza o governo di una fortezza.

Può anche avere le significazioni della torre.

E’ frequente in tutte le armi di Europa, ma più specialmente in quelle di Catalogna e di Provenza.

Si rappresenta nello scudo sotto la forma d'una costruzione consistente in una cortina fiancheggiata da torri rotondo, merlate, quasi sempre coperte e banderuolate.

Quando ha più di due torri, o quando non sono coperte conviene dirlo blasonandolo.

I castelli nelle armi si dicono: finestrati, aperti, chiusi, banderuolati, merlati, murati, coperti, scoperti, inferriati, saracinescati, in rovina, diruti, torricellati, ecc.

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Il Cavallo

Il cavallo fu una delle insegne dei Romani prima del secondo consolato di Mario, insegna di Tiro e di Cartagine, dei Sassoni e dei Normanni, compare in araldica come emblema di magnanimità e di vittoria.

Allorchè è imbrigliato, accenna all'uomo di guerra sommesso ai voleri del capitano; se invece è passante e nudo (allegro) indica riposo dopo la fatica.

Se è d' oro in campo d' azzurro significa intrepidezza; rosso in oro guerrier generoso.

Pascente rappresenta immunità, esenzioni dalle imposte; di tal guisa si figurava sulle antiche medaglie di città.

Il cavallo nudo e corrente simboleggia la libertà, e se è nero la sollecitudine.

Nelle imprese il cavallo corrente è emblema di perseveranza; armato o sellato di coraggio e ardor guerriero; frenato con un nastro, d'ubbidienza; imbrigliato, d'amor che trattenuto s'ingagliardisce.

Il cavallo è una delle più nobili figure del blasone, e si trova di frequente, nelle armi tedesche e italiane.

Suoi attributi sono passante (non si blasona, perchè è la sua posizione ordinaria), animato, bardato, gualdrappato, corrente, allegro, cinghiato, imbrigliato, inalberato, spaventato, rinculato o assiso, rivoltato, sellato, reciso, pascente, galoppante, affrontato, nascente, forsennato, ecc.

Qualche volta si vede nello scudo la sola testa o la sola coda.

Quando il cavallo si presenta alato, lo si può blasonare con il nome della figura chimerica “Pegaso”.

Il “Pegaso”, secondo la favola, fece zampillare con un calcio la fontana d'Ippocrene presso Corinto, onde gli abitanti di questa città se ne fecero la loro insegna.

In araldica è emblema della fama, è posto fra le figure chimeriche, e si vede più frequentemente come cimiero o supporto che come figura caricante lo scudo.

Tocco di Napoli ha un Pegaso in cimiero, Fitzmaurice di Lansdowne in Inghilterra ne ha due per supporti.

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Il Cervo

Il cervo si vede frequente nelle armi come ricordo di caccie signorili, e come emblema di antica nobiltà e prudenza militare.

Se è d' oro su azzurro rappresenta desiderio ardente verso Dio, animo pronto e generoso, cavaliere ardito e cortese; se è d'argento su rosso, prudenza trionfatrice in amore.

Indica anche dolcezza del procedere d'un'antica nobiltà, secondo la credenza dei secoli passati che sia senza fiele e viva centinaia d'anni.

Gli iconologi rappresentano la longevità con una matrona seduta sopra un cervo.

In Inghilterra serve spesso da supporto, si pone nello scudo passante (attributo che non si blasona), nascente, ferito, gualdrappato, saliente, unghiato, in riposo, cimato o ramoso o ramifero, slanciato, natante, corrente, collarinato, ecc.

La sola testa in prospetto si dice rincontro; la testa scarnata massacro.

Il cervo rosso si blasona al naturale.

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Il Cigno

Uccello degli antichi sacrato ad Apollo

In araldica, come nel vecchio simbolismo, rappresenta buon augurio.

E’ anche emblema di felice navigazione; di guerriero che, sebbene mansueto, si irrita agli oltraggi; di vecchiaia gloriosa e rispettabile; di animo semplice e pacifico; di poesia

“Ai poeti lodati con ragione, e ai dotti e rari, il cigno si conviene

Ch’è sacro a Febo, e gia fu Re, e ancora serba gli antichi pregi

Ond’altri onora”

Nelle imprese il cigno figura la sincerità a cagione della sua candidezza; molti cigni, che impediscono ad un’aquila di alzare il volo, concordia.

Il cigno, il cui smalto ordinario è l’argento, si effigia nell’arme fermo di profilo, questa posizione non si blasona.

Si pone anche sorante, collarinato, fluttuante o natante, golato, imbeccato, membrato, rivoltato, unghiato, accollato, affrontato, con il collo intrecciato, ecc.

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Il Crescente

Figura con la forma di mezza luna

Si può trovare nelle arme in varie posizioni: montante (non è necessario blasonare questo attributo, come posizione ordinaria), quando ha le corna volte verso l'alto; volto, quando ha le corna che guardano il fianco destro dello scudo; rivoltato, quando le corna guardano il fianco sinistro; rovesciato, quando sono volte verso la punta dello scudo; volto in banda o in isbarra, quando guardano l'angolo superiore destro o sinistro; in cuore, quando tre crescenti sono addossati nel contro; sfrontato o addossato, quando due crescenti si mostrano le corna o il dorso.

Raramente si trova figurato, cioè con occhi, bocca e naso umani.

Il crescente è l’emblema dell’Impero Ottomano, ma prima lo era già di Bisanzio o Costantinopoli.

Il Morning Advertiser, in uno dei suoi numeri dell' anno 1856, descrive l'origine del crescente bizantino in questi termini: “All'epoca in cui Filippo il Macedone si era accostato di notte tempo colle sue truppe alle mura di Bisanzio per iscalarle (341 av. C.), la luna rischiarò ad un tratto il paese e scoprì agli assediati l'armata nemica, che ributtarono vigorosamente.

Da quel momento il crescente fu adottato conio emblema favorito e protettore della città.

Quando i Turchi presero Costantinopoli (1453), trovarono il crescente rappresentato dovunque, e pensando che esso possedeva senza dubbio qualche possanza magica, lo adottarono a loro volta per insegna.”

E’ risaputo, che in molte monete di Bisanzio, coniate in onore di Augusto di Trajano e di Caracalla, figurava lamezzaluna.

In quanto alla simboligia di questa figuranelle arme, varie sono le opinioni degli araldisti.

Alcuni credono che i nomi di cavaliere del sole, della luna, della stella, del crescente, che gli antichi giostratori assumevano, abbia influito alla introduzione degli astri nel blasone.

Un Francese si è meravigliato che vi siano tante mezzelune negli stemmi, mentre la luna quando è piena mostra sempre i suoi effetti maggiori.

Perciò è da supporre che, i crescenti rappresentino tante bandiere tolte ai Turchi, ovvero la discendenza da un cavaliere dell'ordine del Crescente.

Altri araldisti credono che il crescente indichi una famiglia nuova che tende ad innalzarsi, o anche una spedizione o un pellegrinaggio in Oriente.

Ma come osserva giustamente il Maigne, il crescente non fu preso per emblema dai Musulmani che in un'epoca relativamente moderna (1453), ed i Crociati e pellegrini non potevano averlo conosciuto in Terrasanta nell'epoca delle spedizioni d'oltremare.

I simbolisti pretesero che significasse benignità buona amicizia, chiarezza di fama, eco.

Considerato il gran numero di crescenti che si vedono nelle arme, noi siamo persuasi che nel medioevo avessero un significato emblematico, che ci sfugge, o forse lo stesso che ci danno i simbolisti.

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Il Cuore

In araldica il cuore è simbolo d’amore, di liberalità, di carità, di grandezza.

Il Casato Douglas di Scozia, porta un cuore coronato all’interno della loro arme, in memoria del cuore di Robert Bruce re di Scozia, che non potendo compiere il suo voto di andare al santo Sepolcro, ordinò in punto di morte (1329) a Guglielmo Douglas che andasse egli per lui e che con sé si recasse il suo cuore

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Il Drago

Il drago o dragone è una delle creazioni più celebri della mitologia antica e delle leggende medioevali.

Il posto che occupa quest'essere nella storia favolosa presenta uno dei fenomeni più singolari della mente umana, in quanto la sua esistenza venne fermamente creduta dagli antichi d'ogni nazione sia d'Oriente, che d'Occidente.

Incontrasi nelle allegorie sacre degli ebrei, egualmente che, nelle leggende dei Cinesi e Giapponesi.

I preti greci e romani, abbondano in descrizioni di quest'essere immaginario. Anfiarao, dice Pindaro, alla guerra di Tebe portò un dragone nello scudo.

Gli oscuri recessi dei numi del paganesimo e i boschi sacri, erano guardati da dragoni; da essi era tirato il carro di Cerere, da un dragone custodito il giardino delle Esperidi, e da un dragone ancora, il vello Colchide.

Nei misteri scandinavi il drago era ministro di vendetta, e gli antichi Britanni avevano la stessa idea.

L'allegoria del dragone trovò pur luogo nel cristianesimo; rappresenta il demonio, e forma l'attributo di San Michele, di San Giorgio e di Santa Margherita Martire.

II dragone degli antichi era una specie di serpente mostruoso con ali e piedi, e pare avesse qualità assai comuni colle gorgoni, colle idre e colle chimere.

Fu già insegna dei Parti e dei Daci, dei Colti e di una legione romana detta dei Dragonarii; presso i Romani il dragone era simbolo di buon augurio.

Nel medioevo ogni leggenda aveva il suo dragone; paladini che avevano combattuto l'ignivomo drago; dame rapite da quel mostro; tesori custoditi da dragoni.

Non é dunque a sorpredersi se l'araldica abbia fatta sua questa creazione e ne abbia profuse le sue arme e le sue imprese.

Il drago blasoníco si rappresenta colla testa aguzza, colle fauci spalancate e lingua sporgente foggiata a dardo, con denti radi e grandi, con ali da pipistrello unghiate, dorso scaglioso e spinato, con due soli piedi per metà leonini e per metà aquilini, e finalmente con coda grossa, anellata, spinosa e desinente in dardo come la lingua.

Simboleggia la vigilanza, la perspicacia, la custodia fedele e il dominio, perché si immaginava che stesse a guardia dei tesori nascosti; e la prudenza, perché dicevasi avesse acuta la vista.

Nelle imprese é altresì emblema di eloquenza.

Fu in Italia adottato spesso dalle famiglie ghibelline, mentre le guelfe prendevano l'aquila rossa che adunghiava il drago di verde.

Quanto ai suoi attributi, il drago dicesi alato (di smalto diverso), ignivomo, combattente, affrontato, sostenente, calpestato, rivolto, addossato, aggruppato, rampante, seduto, piegato in giro, mordentesi la coda, linguato, spaccato, reciso, sanguinoso, volante, armato, coronato, partito, mostruoso (con volto umano), ecc.

In alcune armi, si vede la sola testa strappata o recisa.

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Il Falco

Figura, che si trova spesso negli scudi delle più nobili casate italiane, uccello che nulla ha da invidiare a quello che è considerato il re degli uccelli, cioè, l'aquila.

Il più veloce dei rapaci, riesce a catturare le sue prede in volo a velocità impensabili.

Inconfondibili sono, il suo becco, i suoi artigli, il suo piumaggio.

Il falco è una delle più meravigliose creature del mondo dei volatili.

Uccello che si pone delle arme afferrante, imbeccante, incappucciato, legato, membrato, posato, perticato, sonagliato, sorante, unghiato, volante, ecc.

Si pone quasi sempre di profilo, a meno che non sia con volo spiegato.

Si dice, che questa figura era concessa per insegna ad un cavaliere d'animo eroico.

È altresì un ricordo delle cacce signorili, o della carica di Falconiere.

Anticamente, al tempo degli antichi egizi, era geroglifico di intelligenza.

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Il Fiume

Il fiume che vediamo attraversante nell’arme, si rappresenta come fascie ondate fluttuose, o come bande e sbarre degli stessi attributi.

Quando il fiume è posto in punta dello scudo e attraversato da un ponte, prende il nome di riviera.

Come appena detto “riviera” è il nome si dà blsonando un fiume che scorre sotto un ponte.

In araldica rappresenta ragguardevole profitto e fatica ricompensata.

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Il Gallo

Il gallo é figura d'importanza non secondaria nel blasone, e fu emblema molto usato nell'antichità.

La numismatica ha consacrato soprattutto questo simbolo.

Lo si trova sulle medaglie di Metaponto, accanto alla testa di Marte; d' Itaca, ove sembra significare il coraggio unito alla vigilanza; di Caryste, ove fa allusione alla vittoria riportata sui Persi, ai quali Ciro avea dato un gallo per insegna militare; como Artaserse Mnemone ne avea dato uno ai Carj, a causa delle piume di gallo che portavano sui loro elmi.

Per la stessa ragione una palma e un gallo figuravano nelle monete d'Atene.

Il nome della città d'Himera in Sicilia significa giorno, e il gallo nelle sue medaglie é l'emblema della nascita del giorno.

La stessa figura si vede nelle monete d'Anxur, d' Aquino, di Cales e della famiglia Volteìa.

Il gallo era consacrato ad Apollo, dio del giorno, a Minerva per la vigilanza e l'attività, ai Lari, a Priapo, alla Notte, alla Morte, a Bacco, a Mercurio, a Esculapio, a Marte, ad Ercole, ecc.

I Pitagorici aveano un gallo bianco por oggetto apparente del loro culto, ed un precetto del loro maestro era di nutrire un gallo in casa, per ragione delle sue virtù eroiche.

Quando i Romani dichiaravano la guerra, facevano portare dai loro feciali un gallo sulla frontiera nemica, in segno di sfida e di combattimento.

I Goti é l'unico popolo dell'antichità che abbia preso per insegna di guerra un gallo; i Galli non lo ebbero; mai, nonostante ne dicano alcuni autori.

Questa anzi é una controversia così importante per l'araldica, che non sarà discaro al lettore se ce ne occupiamo alquanto.

Uno dei più eruditi e spiritosi scrittori della Francia contemporanea ha preteso che il gallo combattente e trionfante del leone sia stato l'emblema degli antichi popoli della Gallia; ma questo sentimento non é appoggiato da alcuna prova.

È vero che vi fu una sezione della Celtica abitata da Galli detti Cristati, perché avevano delle creste sull'elmo; ma crista significa fiocco, pennacchio, cimiero e non solamente cresta di gallo.

Il solo equivoco del nome ha potuto dar ragione alla suddetta credenza, ma il gallus dei Latini non ha mai avuto a che fare coi Gaél, Gall, Gallesi o Galli della Celtica.

Diremo anzi, che il gallo é emblema ingiurioso alla Francia, e se fu adoperato per rappresentare questa nobile nazione, lo fu dagli stranieri che ebbero in animo di avvilirla col disprezzo e col ridicolo.

Nel 1328 la città di Cassel assediata da Filippo di Valois, inalberò sulle sue mura uno stendardo, ove era dipinto un gallo e queste parole:

Quand ce coq chanté aura - Le roi Cassel conquétera.

Sopra una medaglia relativa alla congiunzione del principe Eugenio con Marlborough, che avea cagionato la dispersione delle truppe francesi nel 1706, si vede la Francia rappresentata da un gallo che si lascia prendere ad un amo.

Più volte gli Olandesi effigiarono il leone batavo in atto di porre in fuga il gallo francese.

In una delle loro medaglie si legge:

Nunc tu Galle fugis, cum leo Belga fremit.

In un'altra del 1712 il gallo domanda la pace al leone fiammingo e al leopardo inglese che la rifiutano, e finalmente in una del 1760 l'aquila imperiale lacera a colpi di rostro e d'artigli la carne e le piume del gallo di Francia, che solo nel 1793 fu preso per emblema dai rivoluzionari, e per insegna nel 1831.

Il gallo che si vede così di frequente sulle torri e sui campanili, per servire da banderuola ai venti, è un emblema di vigilanza e di speranza; di esso cantò Sant'Ambrogio;

Gallo canente spos redit,

Aegris salus refunditur,

Mucro latronis conditur,

Lapsis fides revertitur.

Il gallo impiegato come blasone parlante e antico quasi come l'uso delle arme.

Sopra una Carta del 1243 si trova il sigillo di Bertrando di Galliac, sul quale si vede uno scudo caricato da un gallo e da una stella in capo, con una bordura composta.

Nel 1303 il sigillo dei capitoli della città di Galliac, nella contea di Foix, porta un giglio accostato in punta da due galli.

In araldica questo animale rappresenta arditezza, maestà, vittoria, fortezza, generosità, vigilanza, e custodia ardita, per le quali virtù il capitano o il soldato ottengono le vittorie e gli onori.

E quando é d'oro in campo azzurro significa diligenza premurosa per giungere nella grazia del principe.

Se il gallo è bianco, è simbolo del terrore e rispetto che ispira anche ai nemici il vero valore e l'intrepidezza, a cagione della credenza degli antichi, che il gallo (bianco, secondo Alberto il Grande) arrestasse e tenesse in rispetto il leone stesso.

E Lucrezio attribuisce questo terrore agli atomi che crede emanino dall'uccello, e che introducendosi nell'occhio del leone, gli cagionano si vivo dolore che il suo coraggio non può resistere:

Nimirum quia sunt gallorum in corpore quaodam Semina,

quae cum sunt oculis immissa leonum

Pupillas interfodiunt, acremque dolorem Praebunt,

ut nequrant contra durare feroces.

Il gallo si pone per lo più ardito, ossia colla zampa alzata, perciò quest'atto allude al suo istinto dominante, l'ardore di guerra, tanto che sugli antichi monumenti sempre lo si vede posto in tal posizione.

Altri attributi del gallo sono: armato, barbato, imbeccato, crestato, membrato, cantante, alato di smalto diverso, coronato, affrontato, bicipite, rivoltato, ecc.

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Il Gatto

Il gatto non è una figura che si presenta di frequente nell’arme a parte quelle agalmoniche, ossia a rappresentanza diretta del cognome stesso (vedi: Gatto, Gatti ecc.)

Gli Alani, i Catti, i Borgognoni, gli Elvezii ed altri popoli germanici, lo presero per insegna, volendo far conoscere che essi non soffrirebbero alcuna cattività.

In araldica rappresenta l'uomo savio, accorto e intollerante di servitù, oltre a simboleggiare, libertà dominante con pensieri alti e sublimi; in alcuni casi è contrassegno di un capitano diligente nel reprimere la nemica insolenza.

Nelle imprese esprime la libertà e il piacer mondano.

Il gatto si pone arricciato, corrente, guardante (colla testa di fronte), nascente, passante, sedente, uscente, inferocito (rampante) rivoltato, illuminato, ecc.

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Il Gherone

Pezza araldica di secondo ordine, la sua forma assomiglia ad una “Y”.

Il ghreone non appare di frequente nelle armi e infatti una figura poco usata e molto rara in araldica.

Secondo i più accreditati storici il suo significato, come accenna il vocabolo, pare sia originato da qualche pezzo degli antichi vestimenti.

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Il Giglio

Il giglio è in araldica il più nobile di tutti i fiori, noi però intendiamo parlare di quella figura strana, alterata dal tipo primitivo, la quale più particolarmente si chiama giglio araldico o giglio di Francia.

La forma di esso varia all' infinito, si osservarono gigli rabescati, slanciati, tozzi, a ferro di lancia, di spuntone, di alabarda, a fioretti, a volte, a foglie appuntate o ritondate, a più di tre foglie, a spighe, a nastro, a rosoni, colle foglie molto staccate o molto congiunte, a teste di serpi, colle foglie forate; merlettate, sottili, lunghe, incurvate, accartocciate, ecc.

Pare che in generale il giglio di Francia fosse anticamente bottonato (un cerchietto in mezzo alla figura) come quello di Firenze, come si può vedere da alcune monete e sigilli di Giovanni II e di Filippo il Bello e da una pittura del XIII secolo.

Ma a poco a poco i bottoni e gli altri ornamenti disparvero, e il giglio rimase come lo si vede rappresentato nell’arme della nobile Casata, oggetto della nostra ricerca, cioè una figura di tre foglie, quella di mezzo arrotondata o a lancia, le due altre incurvate, e tutte riunite verso la base da una piccola stanghetta.

La concessione dei gigli di Francia era un favore ambito dalle città e dalle più illustri famiglie, ma i re andavano parchi nel concederne il privilegio, più parchi certamente che non lo fossero gli imperatori di Germania nel concedere la loro aquila.

Questa riserva nell'attribuire i gigli alle arme delle famiglie parrebbe anzi cagíone delle origini di un cognome, quello dei Maldonados di Spagna, di cui un ramo sotto la denominazione di Maldonati passò nel regno di Napoli.

Si vuole che Don Mugno Perez de Aldano, vinto in duello nel 920 il duca Guglielmo di Normandia, chiese a Carlo III, detto “il Semplice”, cinque gigli per arme, ed il re accordando la domanda, aggiunse: “ve li ho mal donati”.

Ma noi, non potendo accettare la supposizione che vi fossero arme prima del secolo IX, rigettiamo la novella surriferita.

Nel blasone il giglio rappresenta la speranza, l’aspettazione del bene, la purità, il candore dell'animo, la fama chiara, il principe benigno, e il retto giudice.

Nelle tre punte del giglio araldico, secondo gli Annali di Nangis, sarebbero simboleggiate la fede, la sapienza e la cavalleria.

Molti autori si diffusero sulla ragione simbolica che potè dettare la riduzione del numero dei gigli a tre nell'arma di Francia.

Gli altri hanno voluto che vi fossero rappresentate le tre corti sovrane del reame, la corte dei pari, la corte legislativa e la corte palatina; o le tre principali fonti della possanza pubblica, le armi, la giustizia e la finanza; o le tre parti della Gallia, l’Aquitania, la Belgica e la Celtica; o i druidi, i bardi e gli enbagi; il clero, la nobiltà e il popolo; le tre anime, vegetante, sensitiva e ragionevole; le tre virtù reali, il valore, la saggezza e la fede; le tre dinastie dei re di Francia, ecc.

Ma l'opinione che più ha prevalso è quella che intende il numero tre dei gigli di Francia sia in omaggio alla Santissima Trinità.

Per noi non è che un caso di disposizione araldica.

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Il Grifo o Grifone

Animale favoloso della mitologia antica e della leggenda medioevale, che si diceva metà aquila e meta leone.

Viene rappresentato in tal modo nelle antiche medaglie greche e latine.

Il grifo o grifone non era in origine che un geroglifico degli Egizi, per mezzo del quale pretendevano rappresentare Osiride ed esprimere 1'attività del sole quando è nella costellazione dei leone.

In araldica è simbolo di ferocia congiunta a prontezza e diligenza, e di custodia e vigilanza guerriera.

Se è rosso in campo d' oro rappresenta l'invidia superata in verde età con azioni grandi e virtuose.

Qualche autore lo fa emblema di custodia delle città e dei castelli, perché si credeva che i grifoni abitassero l'Asia e vi custodissero i tesori della terra.

Il Playne dice che essendo mezzo aquila e mezzo leone esprime la sveltezza e diligenza dell'una e la forza e coraggio dell'altro.

Il grifo nelle arme si rappresenta con busto, collo, testa ed ali d'aquila, parte posteriore del corpo e coda da leone, piedi anteriori con lunghi artigli, posteriori leonini e orecchie aguzze simili a quelle dei cavalli.

Questa figura è comunissima nelle arme di tutte la nazioni.

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Il Lambello

“lambello” o “rastello” o “rastrello” da non confondersi con il capo d’Angiò (nel quale sono presenti dei gigli tra un pendente e l’altro).

Questa pezza ha ingannato più volte celebri araldisti, i quali credevano che il nome “rastrello” derivasse dallo strumento usato dagli agricoltori e delineavano tale forma all’interno degli scudi.

In Italia l’uso del “lambello” fu introdotto intorno all’anno 1265 alla venuta di Carlo I d’Angiò, fu distintivo di parte guelfa e concesso dai re di Napoli a famiglie loro devote.

Ma chi erano i guelfi che combattevano contro i ghibellini.

I Ghibellini e i Guelfi, eranodue famiglie che si disputarono il trono germanico (in tedesco Weibelingen e Welf), ma che si rappacificarono nel 1234, cancellando cosi i rispettivi partiti.

Questi passarono però in Italia al tempo di Federico II, re di Sicilia e imperatore di Germania.

Ghibellini furono i partigiani dell'imperatore; guelfi quelli del papa.

Più tardi, le due parole ebbero significato confuso, tantochè Pisa, ghibellina, non fu fedele all'imperatore, e Firenze, guelfa, avversò i papi.

Entrambi i partiti, cosi degenerati, difesero i loro interessi e i potenti casati dei loro componenti.

Le guerre civili insanguinarono perciò l'Italia, e maggiormente Firenze, ove guelfi e ghibellini si alternarono al potere con conseguenze assai gravi.

Da queste lotte i partiti rinacquero con altri nomi, e i guelfi si divisero in bianchi e neri.

Ai bianchi appartenne il celebre Dante Alighieri.

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Il Leone

Il re degli animali, il leone, il quale contende all'aquila il vanto di essere la più nobile figura del blasone, gli uomini ne fecero il re degli animali; gli araldi lo costituirono a re degli emblemi blasonici.

Nessun'altro animale fu fatto simbolo di tante diverse idee quanto il leone, nei geroglifici egiziani rappresentava magnanimità, e una testa di leone, vigilanza e custodia.

I simbolisti, gli iconologi e gli araldisti si accordarono nell'attribuirgli i simboli di valore, dominio, nobile eroismo, fortezza, coraggio, magnanimità e generosità.

Il Pietrasanta dice che rappresenta il capitano che muove alla guerra, come il leone va alla caccia degli altri animali.

Il Bombaci lo fa emblema di vigilanza, perché i Greci lo ponevano sulla soglia dei loro templi, e perchè credevano dormisse cogli occhi aperti.

Il Campanile da l'attributo di vigilanza alla testa del leone, e quello di ferocia al suo busto.

Finalmente il Ménéstrier è d'opinione che tanti leoni di diversi colori che si vedono nelle arme rappresentino i viaggi d'oltremare dei cavalieri.

Quanto alla simbologia del leone nelle imprese sarebbe troppo lunga cosa il riferirne tutte le applicazioni.

Ci contenteremo di far notare che fu preso per emblema di principe forte e prudente, di intrepidezza, d'animo nobile, di virile resistenza, di sdegno generoso, di gratitudine, di contemplazione, di benigna affabilità, di vita austera, di tirannia, di vincitore clemente, ecc.

Benchè tante dispajate idee rappresentate da una sola figura sembra debbano ingenerar confusione, pure, se ben si pondera la svariata applicazione della figura stessa, si converrà che tutte ad essa si addicono.

I diversi smalti fornirono anch'essi nell'araldica soggetto alla simbologia del leone.

Secondo il Campanile un leone azzurro è l'emblema della fortezza perfetta e d'eccelsa magnanimità.

Secondo il Ginanni, il leone d'oro in campo azzurro rappresenta il valore di un capitano che con la prudenza giunse ai più alti onori; il leone d'oro nello scudo rosso dimostra generosità per i benefizi ricevuti e magnanimità in animo grande e nobile; quando è rosso in fondo d'oro, è contrassegno di un guerriero che sia tutto fuoco nell'eseguire, e pieno di fedeltà nell'operare; il leone azzurro in campo d'oro è indizio di un capitano che sperando nell'aiuto del Cielo, non teme i colpi d'avversa fortuna; il leone nero in fondo d'oro denota fortezza in animo grande; d'argento nello scudo di rosso rappresenta nobiltà fatta maggiore per il valore delle operazioni e per sincerità d'animo gentile; in campo azzurro il leone d'argento significa vittoria ottenuta con eterna lode; d'argento sul verde denota temperanza in amore; d'argento in campo nero, ferma risoluzione; e d'argento nello scudo di porpora, libertà signorile, ossia indipendenza di dominio.

È inutile aggiungere che questa simbologia appoggiata alla diversità degli smalti non è che arbitraria, e devesi solo alla penna di certi araldisti.

Il leone fu una delle bandiere dei Galli e dei Franchi, dei Belgi e dei Batavi, dei Goti e dei Danesi, dei Borgognoni ecc.

Nel medioevo i Guelfi portarono i leoni rampanti, e i Ghibellini i leoni passanti.

Il leone fu anche l'insegna dei baroni e dei pari.

Infatti il mazziere dei Pari in Inghilterra portava appunto un leone d'oro all'estremità del suo bastone.

Il leone é incontrastabilmente l’animale che si ripete più frequentemente nelle arme; tutte le nazioni ne usarono e ne abusarono come emblema, in Italia come in Germania;in Francia come nella Spagna e nell'Inghilterra.

Il Ménéstrier fa notare che più frequenti ancora sono i leoni nei Paesi Bassi, per la ragione (dice egli) che questo Stato da sulla carta geografica la figura di un leone.

Ma la vera ragione di questo gusto dei Fiamminghi per il leone ci è prodotta dal Meyer, il quale narra che alle Crociate tutti i signori di quel paese, che fu poi detto Paesi Bassi, portavano dei leoni di differente colore.

La forma del leone in araldica ha un gusto suo particolare, la testa è tozza e angolosa, spalancate le fauci armate di pochi denti, lingua lunga e sporgente che si disegna come una lista svolazzante colla punta ripiegata, occhio fiero.

Il corpo è svelto, magro nel ventre, incurvato sul dorso, con folte ciocche di pelo disposte qua e là e ornamentalmente arricciate; piedi vellosi.

Anticamente gli si facevano artigli disposti a forma di trifoglio, ma ora le dita sono disgiunte e molto distese.

La coda è nuda, ma munita di un fiocco all'estremità, e di un altro alla metà della sua lunghezza; è passata sul dorso e ripiegata in dentro.

I Tedeschi rappresentano sempre il leone in questa maniera; in Francia, in Inghilterra, in Ispagna ed in Italia si usa più comunemente disegnarlo nelle sue forme naturali.

Gli attributi che si applicano dai blasonisti al leone sono innumerevoli; citeremo pertanto i principali: rampante (quest'attributo non si blasona, perchè esprime la posizione normale del leone nelle arme), attraversante, addossato, affrontato, aggruppato, bandato, burellato, contrarampante, controuscente, coricato, passante, coronato, fermo, domato, armato, lampassato, nato morto, leopardito, sedente, diffamato, uscente, spaccato, disarmato, dismembrato, dormiente, evirato, osceno, in maestà, inquartato, losangato, martellato, mascherato, nascente, nascosto; partito, rinchiuso, rivoltato, colla testa rivolta, rinculato, scaccato, superbo, codardo, sorgente, nascente caricato, attraversato, fasciato, seminato, trafitto, illuminato tormentato, ecc.

Spesso si vede la sola testa (di profilo) e le zampe strappate, o recise e sanguinose.

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Il Leopardo

In araldica il leopardo ha le stesse significazioni del leone; ma chi lo prese per insegna dimostrò particolarmente che fu guerriero d'ingegno acutissimo per superare gli incontri più difficili.

Tre leopardi sono l'arma d'Inghilterra, dei quali due appartengono all'arma di Normandia e il terzo a quella d'Aquitania o Guyenna.

Guglielmo il Conquistatore, fu il primo duca di Normandia che abbia portato due leopardi, per indicare, coll'ibridismo di questi animali, la sua bastardigia.

Plinio Disse:

“Leopardus ex pardo et leaena natus”

Il terzo leopardo fu aggiunto allo stemma d'Inghilterra da Enrico II, quando sposò Eleonora d'Aquitania che l'avea nelle sue arme.

Per conseguenza i leopardi sono molto frequenti nelle armi d'Inghilterra, di Gujenna e di Normandia; se ne incontrano molti anche nel blasone di Bretagna, d'Artois, di Picardia, dell'Isola di Francia ed in Germania, ma in Italia sono rari.

Il leopardo si rappresenta nello scudo passante, la testa sempre di fronte, la coda rivolta sul dorso e ripiegata all'infuori.

Può essere altresì illeonito, quando cioè ha la posizione del leone (rampante).

Del resto gli attributi del leone sono comuni anche al leopardo.

Le teste di leopardo, sempre poste in maestà, si vedono spesso isolate o accompagnate da altre figure nelle arme di Francia.

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Il Liocorno

Bellissima figura chimerica introdotta nel blasone.

La forma del liocorno poco differisce da quella del cavallo; si rappresenta con un lungo corno accuminato posto in mezzo alla fronte, che anticamente si solea fare indentato come una sega, ma che nei tempi moderni si disegna rotondo e come composto di due pezzi attorcigliati e desinenti in punta aguzza.

Il mento del liocorno é fornito d'una barba di caprone, la coda leonina e i piedi fessi come lo zoccolo del bue.

Il rinoceronte, benché di forme diverse, ha potuto forse suggerire l'idea del liocorno.

Nelle armi rappresenta generosità, fortezza, continenza, onesto amore e generosa vittoria, perché dicevasi che il liocorno combattesse col leone suo nemico.

Siccome credevasi anche che si compiacesse delle persone caste e si dilettasse di carezzare le femmine, gli fu attribuito il simbolo di pudicizia, amore onesto e simpatia pel bel sesso.

Il liocorno é raro nelle arme d'Italia, più frequente altrove; in Inghilterra si usa sovente per supporto.

Si rappresenta di profilo e passante; prende però anche gli attributi di inalberato (rampante), coricato, corrente, pascente, rinculato, in difesa, furioso, sedente, nascente, uscente, ecc.

Si vede altresì cornato, unghiato e animato di smalto diverso.

La testa quando é sola, si delinea “recisa, strappata, sanguinosa”.

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Il Maiale

La figura del maiale è un’antica insegna dei Frigi, nel simbolismo volgare rappresenta l’uomo voluttuoso; in araldica indica l’uomo di guerra minatore; per lo più è posto nelle arme come figura parlante.

Si distingue dal cinghiale per la mancanza delle zanne.

Suoi attributi sono: passante, arruffato, coronato, cinghiato, gualdrappato, ecc.

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Il Mare

Il mare si pone nelle arme per lo più sulla punta dello scudo, ed è agitato o fluttuante, e rappresenta sdegno o animo inquieto, ovvero calmo e significa ira frenata, benignità o liberalità.

Il Bombaci dice che le acque del mare sono simbolo di buon coraggio che non sopporta dappocaggine, perchè son sempre in moto.

Lo smalto ordinario del mare è l’azzurro; spesso però si usa l’argento o il verde; raramente gli altri colori; qualche volta è ombrato di diversa tinta.

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Il Melo

Il melo in araldica ha il seguente significato:

Simbolo del principe benefico, del padre di famiglia e della beltà pericolosa.

Il melo è anche geroglifico d’amore.

La painta di melo si pone all’interno dello scudo; sradicato, terrazzato, pomifero o fruttato.

Raramente si vedono le mele negli scudi.

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Il Motto

L’origine del motto risale a circa il XIV secolo, e deve essere ricercata in quei detti arguti che venivano scritti sui vessilli o bandiere dei cavalieri, esposti alle finestre delle locande in cui questi alloggiavano, in occasione dei tornei, e durante i tornei stessi.

Il motto era un pensiero espresso in poche parole facente allusione a un sentimento palese o nascosto, a una qualità, a un ricordo storico, per stimolo al coraggio o onore.

Era scelta dal capo della famiglia, dal cavaliere entrante in lizza o data dal sovrano al proprio uomo ligio.

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Il Palo

I pali, che l'Alighieri alludendo all’arma di Ugo d'Arles chiamò la bella insegna, furono distintivo della fazione ghibellina.

Quanto all'origine di questa pezza, alcuni vogliono rappresenti la lancia dei cavalieri, altri le palizzate da guerra o gli steccati da torneo.

Altrilo credono il palo che i castellani facevano drizzare innanzi al ponte levatoio del loro maniero come segno di giurisdizione, e di diritto di pedaggio.

Migliore spiegazione è stata data dal dotto Du Cange.

Questi fa derivare il vocabolo palo da palea, che significava un arazzo di seta, e dice che gli antichi chiamavano pales le tappezzerie che coprivano le muraglie, che erano di stoffa d'oro e di seta, cucite alternativamente; aggiunge che dicevasi paler per tappezzare, e infatti anche nel secolo XVII si vedevano nei castelli, vecchie tappezzerie di stoffe d'oro e di seta distribuite a bande perpendicolari e alternate che imitavano i pali e il palato delle arme.

Molti araldisti scrissero che, come il palo serve a levare grandi pesi, così chi lo prese ad insegna era capace di giungere con l'arte e col valore a superar cose stimate difficilissime.

Altre cagioni possono aver motivato l'introduzione dei pali nell'arme.

Guifredo il Peloso, conte di Barcellona, essendo rimasto gravemente ferito in un'azione conto i Normanni, l'imperatore Carlo il Calvo suo alleato intrise quattro dita della sua destra nel sangue che sgorgava dalla ferita, e strisciando con quelle sullo scudo dorato di Guifredo disse:

Queste saranno, o conte, le armi vostre.

Tale sarebbe l'origine dei pali d'Aragona, secondo gli scrittori spagnuoli.

Resta però a sapere se al tempo di Carlo il Calvo si usassero già le arme gentilizie, cosa che noi dubitiamo, non essendovi nulla di positivo che ne dia prova.

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IL Pastorale

Bastone che gli arcivescovi, i vescovi e gli abati regolari portano o fanno portare innanzi a sé nelle cerimonie.

In origine dovette essere un semplice bastone da appoggiarsi, di legno e con una croce in cima.

Ma presentemente sono d'argento e d'oro, ricchi d'ornamenti e di pietre preziose.

L'uso dei pastorali pare s'introdusse nel secolo sesto.

La sua forma ha tutto un significato simbolico: l'asta è dritta per reggere o governare con rettitudine la greggia; curva in cima per trarre a sé le pecorelle che s'allontanano, acuto in punta per trafiggere i lupi ossia i nemici della Chiesa.

Tale simbologia é espressa nei due seguenti versi:

Attrahe per curvum medio rege punge per imum

Curva trahit quos virga regit, pars ultima pungit

Il pastorale si pone fuori dallo scudo o entro lo scudo; se è fuori indica il grado dell'ecclesiastico che lo porta.

I vescovi e abati sovrani dell' Impero Germanico lo portavano accollato con una spada nuda in croce di Sant’Andrea dietro lo scudo.

Se è dentro, significa premio di virtù.

Nelle arme di città ricorda la giurisdizione che un tempo vi tenevano vescovi od abati rivestiti di diritti temporali.

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Il Pesce

I pesci si ammettono nel blasone, per rappresentare la taciturnità, l'agilità, la vigilanza dei militi e viaggi fatti sul mare.

E dal fatto che i pesci muoiono estratti dall'acqua, fu preso il simbolo dall'uomo religioso ed onesto che vuol piuttosto morire che dipartirsi dai termini della legge.

Nelle arme di paesi e città i pesci indicano spesso la vicinanza al mare o a qualche lago, come le armi di Irlanda, d'Annecy, di Nantua, ecc.

I pesci, fra le figure del blasone, sono di minor pregio dei quadrupedi e degli uccelli.

I pesci si pongono negli stemmi alettati, barbati, addossati, affrontati, curvi, inferociti, montanti, natanti o in fascia, in banda, in pergola, in sbarra, in palo, orecchiuti, scagliosi, spasimati, caudati, boccheggianti, coronati, uscenti, ecc.

I pesci più comuni in araldica sono: il delfino, la balena, il barbio, il cefalo, il rombo, la trota, il salmone, lo storione e la triglia, a cui il Ginanni aggiunse erroneamente la conchiglia, il granchio, il gambero, la lumaca, la rana, l'anguilla e la testuggine.

Nel blasonare, ossia, descrivere araldicamente, si dice pesce nel caso solamente in cui non se ne conosca la specie.

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Il Ponte

I ponti si vedono spesso in araldica, o come figura parlante, cioè richiamante il cognome, oppure per rappresentare nobiltà d’animo, sublimità di onori e comunicazione di grazia.

Il ponte è necessario blasonarlo enumerando il numero d’archi.

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Il Serpente

Il serpente si rappresenta in araldica, attorcigliato, ondeggiante, piegato in giro, o in doppio giro, annodato, affrontato, in fascia, linguato, illuminato, alato, coronato, squamoso ecc.

Dimostra gloriosa fatica, e quando è allacciato in giro è simbolo della prudenza, della cautela e del buon governo.

Il serpente in atto di mordersi la coda, era geroglifico egizio dell’eternità e della prudenza, e dai Greci era posto fra gli attributi di Saturno, dio del tempo.

Negli obelischi, un serpe col capo erto significava un re tutelare, che ha cura del suo popolo, quindi, in araldica significa anche, buon governo.

Che il serpe poi sia emblema di prudenza, lo prova anche la Sacra Scritura, la dove dice:

"Estote prudentes sicut serpentes"

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Il Sole

Simbolo di grazia divina, provvidenza, fede, benignità, cortesìa, chiarezza di sangue, sapienza e magnificenza.

Nelle armi si rappresenta con volto umano, circondato di sedici raggi, per metà diritti e per metà ondeggianti alternativamente; quando si trovano più o meno raggi, conviene esprimerlo blasonando.

Il suo smalto particolare è l'oro; ma se ne trovano anche di differenti smalti.

Si chiama levante o nascente quando muove dall'angolo destro inferiore dello scudo, tramontante quando muove dall'inferiore sinistro, orizzontale a destra o a sinistra quando muove dagli angoli superiori.

Il sole senza traccia d'occhi, di bocca e di naso dicesi ombra di sole.

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Il Topo

La figura del “topo”, animale non molto amato dalla razza umana, potrebbe far sorgere strani dubbi a chi, ignorando l’interpretazione araldica di tale figura, visiona uno stemma che lo riproduce all’interno di esso, molti pensano che il topo sia stato delineato all’interno dell’arme, non per onori della casata, ma per disonori.

Tutto ciò è falso, la figura del topo, che raramente si vede nelle armi delle nobili casate Italiane, in araldica ha il seguente significato:

“Simbolo dell’uomo discreto, prudente ed intelligente”

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Il Triangolo

Il triangolo, compare raramente nell’arme, i più illustri storici, danno pareri diversi sul significato di tale figura, a volte discordanti tra loro.

Noi ci atteniamo a quello più usato, di conseguenza, il più attendibile.

Il triangolo, esprime la perfezione della divinità.

Esso deve essere posto sulla sua base, diversamente, lo si blasona con i seguenti attributi: rovesciato; inclinato in banda o in sbarra, se il suo vertice è volto verso l’angolo destro (cantone) o sinistro del capo (parte alta dello scudo).

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Il Vascello

Le navi, le barche o i vascelli, si pongono nello scudo forniti, banderuolati, fluttuanti, voganti, cn le vele in poppa ecc..

Qusta figura in araldica sta a significare: animo forte che resiste ai più gravi pericoli di guerra ed alle avversità della vita.

Il vascello, o barca, o nave, indica anche vittorie navali e viaggi d’oltremare.

Negli antichi simboli era segno di felice esito, gioia e ritorno all’abbondanza.

Nelle armi di città indica spesso la posizione di essa sul mare, o almeno la vicinanza.

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La Banda

La banda, ossia quella striscia che divide diagonalmente lo scudo è chiamata “pezza onorevole di prim'ordine” essa, parte dalla destra del capo e scende alla sinistra della punta, occupando la terza parte dello scudo, o, secondo il Grandmaison i due settimi della larghezza di esso.

L'arma può essere caricatà, da più di quattro bande, ma in questo caso esse prendono il nome di cotisse.

La banda può essere diminuita della sua larghezza anche stando sola nello scudo, e si riduce alla metà col nome di cotissa o banda in divisa, ad un terzo col nome di bastone, ad un quinto col nome di filetto.

Due filetti molto vicini prendono il nome di gemella, tre di terza in banda.

Tutte queste riduzioni della pezza principale sono figure meno onorevoli, ma pure avute molto in pregio nel blasone e da nobili famiglie.

Uno scudo coperto di bande in numero pari e di due smalti dicesi bandato.

La banda è forse, dopo la croce, la pezza che più si modifica, e noi daremo più sotto le sue alterazioni più conosciute.

Quanto alle sue partizioni interne la banda può; essere: losangata, fustata, bordata, composta. cotissata, contrapotenziata, spaccata, trinciata, spaccata, partita, dell'uno all' altro, orlata, inchiavata, cancellata, diaprata, grembiata.

Dicesi cucita se è di colore sopra colore o di metallo sopra metallo.

Rispetto alla posizione può essere alzata od abbassata.

Le bande caricate sono quelle che formano quasi il campo di altre figure, e quì devesi notare che il numero tre è il più ordinario nella caricatura della banda, ponendosi le tre figure una nel canton destro del capo, un'altra nel cuore e la terza nel cantone sinistro della punta.

Le bande si considerano anche relativamente agli altri corpi dello scudo, e quindi prendono il nome di accompagnate, accostate, incollate, sostenenti, attraversanti, attraversate.

Nei trattati di araldica sono presenti moti esempi di scudi ricoperti da bandesi può quindi comprendere quanta e quale sia la frequenza e l'importanza della banda e sue modificazioni nelle armi gentilizie d' Europa, e più non ci resta a dire sopra questa pezza onorevole se non quanto riguarda l'origine di essa e le sue particolarità storiche e statistiche nelle varie nazioni e singole provincie.

Secondo l'opinione più generalmente accettata si vuole che la banda ripeta la sua introduzione nell'arme dalla forma del balteo o cingolo militare che usavasi dagli antichi cavalieri, e in memoria del quale, fu dall'araldica posta fra le pezze onorevoli come contrassegno d' onori e dignità militari.

Altri la credono originata dalle banderuole, ed altri, non sappiamo con qual fondamento, dalle colonne degli edifici, chiamandola colonna a sgembo.

Noi accettando l'opinione del balteo, crediamo però che anche le ciarpe ne abbiano suggerita l'idea, e lo proviamo con questo, che in Francia, ove la milizia portava ciarpe bianche, è molteplice la banda d'argento.

Non possiamo poi accordare verun conto all'avviso di coloro che pretesero la banda rappresentasse chi primo sali una breccia.

In Italia la banda fu tra i distintivi di parte guelfa, ed è molto frequente a Venezia.

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La Barca

Le navi, le barche o i vascelli, si pongono nello scudo forniti, banderuolati, fluttuanti, voganti, cn le vele in poppa ecc..

Qusta figura in araldica sta a significare: animo forte che resiste ai più gravi pericoli di guerra ed alle avversità della vita.

Il vascello, o barca, o nave, indica anche vittorie navali e viaggi d’oltremare.

Negli antichi simboli era segno di felice esito, gioia e ritorno all’abbondanza.

Nelle armi di città indica spesso la posizione di essa sul mare, o almeno la vicinanza.

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La Biscia

Specie di serpente molto usato in araldica e che si pone ondeggiante in palo, la testa posta in fascia, di profilo e volta a destra.

Le biscie si vedono affrontate, coronate, linguate, vomitanti, divoranti, ecc.

La biscia Viscontea è in atto di divorare un fanciullo nudo che le esce a metà dalla bocca, e che gli araldisti chiamano uscente.

La biscia simboleggia il vero repubblicano che per il bene della patria con la sua morte dona agli altri la vita.

Indica pure perspicacia, prudenza e vigilanza.

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La Capra

La capra era presso gli Egizi geroglifico di buon udito, e i Greci la consacrarono a Bacco perché credevano che le sue corna fossero molto efficaci ad ingrassare le viti.

Fu anche simbolo di sobrietà nelle Sacre Carte di contemplazione.

In araldica fu presa per emblema di onorata fatica o diligenza, e, posta nelle arme municipali di luoghi alpestri o poco accessibili.

Nelle imprese la capra figura animo benigno ed amante di pace, e virtù persistente, perché non si stanca di salire le alte vette.

Si rappresenta nell'arme passante, brucante, cornata, unghiata, saliente, barbata, ecc.

Qualche volta si vede la sola sua testa o le zampe.

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La Cicogna

Uccello che simboleggia pietà di un ottimo cittadino, che con molto zelo governa le cose pubbliche, rappresenta anche amor figliale.

Gli antichi davano il nome, derivato da un’originale Greco, di antipelargia a quella legge, per la quale i figliuoli erano obbligati a provvedere il necessario ai loro genitori attempati.

La cicogna, essendo notevole per la cura che prende dei suoi quando son vecchi; si diceva anche lex ciconaria.

Nelle imprese è emblema di gratitudine.

Si pone negli scudi: golata, passante, rivoltata, volante, tenente, accollata ecc.

A volte troviamo il solo busto.

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La Colomba

Uccello che appare nelle armi di profilo; il, suo smalto particolare è l'argento; tuttavia se ne trovano anche di altri colori, ad eccetto del nero che è proprio della tortora.

Fu insegna dei Siri o degli Assiri, a causa di Semiramide, nome che suona colomba.

“Fugite a facie irae columbae”

diceva il profeta parlando dei mali prodotti dagli Assiri

Qui referam ut volitet crebas intatta per urbes

Alba palestino sancti columba syro

In araldica simboleggia l'amor casto e puro, la pace coniugale, la fecondità, l'animo semplice e benigno, la gratitudine, la clemenza e la dolcezza.

Indica anche la protezione degli innocenti.

Nelle imprese rappresenta la pace, quando ha un ramo d'olivo nel becco, e la speranza se è posta sopra un'arca di Noè.

Suoi attributi sono: imbeccata, membrata, posata, volante, sorante, accollata, unghiata, affrontata, ecc.

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La Conchiglia

Le conchiglie si rappresentano nelle armi orecchiute e mostranti il dorso ossia la parte convessa.

Se non hanno orecchiette si dicono conchiglie di San Michele, se mostrano la parte interna di San Giacomo.

Le conchiglie sono state introdotte nel blasone dalle crociate, o per lo meno da quei viaggi per metà religiosi e per metà militari, così frequenti nel medio evo, e che non avevano sempre per scopo la liberazione del sepolcro di Cristo.

Possono anche essere un segno di devozione per San Giacomo, il patrono della Spagna, e per San Michele, uno dei protettori dei Francesi; giacché celebre era il pellegrinaggio di San Jago de Compostela.

Sulla collana dell'Ordine di San Michele erano effigiate delle conchiglie.

Il Bombaci dice che essendo ornamento di palafreno, la conchiglia può fare argomentare nel portatore meriti di cavalleria.

Simboleggia inoltre la fede pubblica, la concordia e l'unione.

Le conchiglie sono molto frequenti nelle armi, specialmente in Normandia, Bretagna e Poitou, paesi devoti a San Michele, e in Spagna, Linguadocia e Guascogna, ove i popoli sono tutti dediti al culto di San Giacomo.

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La Croce

La croce, secondo le più giuste induzioni pare sia stata la prima figura che si sia introdotta nelle arme.

E la ragione é giustificata, se si considera che dalle crociate nacque il vero blasone.

È naturale che i crocesignati, che avean d'uopo d'emblemi per riconoscersi, si accordassero a prender per primo quello per cui combattevano.

Quando partivano per la prima spedizione aveano tutti la croce rossa sul petto e sulle bandiere.

Ma nel 1188, quando Guglielmo vescovo di Tiro venne dalla Palestina per esporre ai principi d' Europa l'infelice condizione dei cristiani d' Oriente, e si presentò a Filippo Augusto re di Francia, a Riccardo Cuor di Leone re d'Inghilterra e a Ferrando conte di Fiandra, riuniti in conferenza nel luogo, chiamato poscia Campo Sacro, fra Trio e Gisors.

I tre sovrani risolsero di crociarsi e stabilirono che la croce dei Francesi resterebbe rossa, quella degli Inglesi diverrebbe bianca, e quella dei Fiamminghi verde.

Ma al tempo delle guerre di Edoardo III (1340), questi prese il rosso, come re di Francia; e i Francesi l'abbandonarono, perché colore nemico, e ripresero il loro bianco nazionale.

Le altre nazioni si scelsero il loro colore delle croci, e quindi rimase la croce bianca pei Francesi, la croce rossa ed anche gialla per gl'Inglesi, la croce azzurra per gli Italiani la croce rossa per gli Spagnoli, Normanni, Guasconi e Borgognoni, la croce arancia o nera pei Tedeschi e pei Sassoni.

Questi colori però furono generali negli stendardi, ma col nascimento dell'araldica ciascuno si prese la croce di quello smalto e di quella forma che meglio gli piacque.

Sono quindi d'accordo la maggior parte degli araldisti nel vedere un ricordo delle spedizioni di Terrasanta nella croce araldica.

In ciò conveniamo anche noi; ma non bisogna dimenticare che, vista la gran quantità di croci nelle arme, sarebbe poco logico il considerare come discendenti da crociati tutti quelli che portano un simile emblema.

Altre cause quindi influirono all'introduzione delle croci negli stemmi.

Primieramente le altre crociate parziali o guerre religiose combattute in Europa: in quella contro Manfredi si portava la croce divisata di bianco e di rosso, rossa contro gli Slavi e con un globo sotto.

Nelle guerre italiane fra i papi e gl'imperatori, le città che teneano pei primi presero la croce, come pure nelle crociate contro alcuni tiranni scomunicati dal Vaticano.

In Venezia moltissime famiglie portano una crocetta nelle arme, dacché si dichiararono per Alessandro III.

I Calbi, i Grimani, un ramo dei Contarini, un ramo dei Dandolo, i Grizio, i Fardelli, i Minio sono di questo numero.

Una leggenda di Spagna dice che alla famosa battaglia che Alfonso IX re di Castiglia guadagnò sui Mori nelle pianure di Tolosa, assistito da Sancio re di Navarra e da Pietro re d'Aragona, San Giacomo combattesse visibilmente nelle file dei Cristiani con una spada foggiata a croce (quale si vede nella decorazione dell'ordine di S. Giacomo della Spada), e che una croce comparisse in cielo e si mostrasse ai Castigliani.

Un gran numero di famiglie spagnole, i cui antenati pretesero di aver veduto il prodigio, posero quindi una croce nelle loro arme, e citeremo fra le altre le case di Villegas, Segura, Malgarejo, Reynoso, Lugo, Lerma, Mazariegos, Pereira, Alarcon, Santoyo, Ibarbuen, Alderete, Sotelo, Barco Romano, Avasto, Víllagomez, Ribas, Obregon, Ribadeneira, Caro, Daca, Caso, Tolosa, Arbolanche, Romo, Ovando, Aiofrin, Pantoxa, Apate, Gordoncillo, Medrano, Tolosano, Argote, Buytron e Gongora.

Sappiamo inoltre, che nella crociata fulminata da S. Domenico, contro gli infelici Albigesi, i cavalieri cattolici portavano per insegna un grembiato d'argento e di nero, alla croce trifogliata dell'uno all'altro, ed anche questa potrebbe essere una delle cause a cui accenniamo, senza contare che la devozione deve esserne naturalmente una non secondaria.

Altri araldisti andarono a cercar più lungi il significato di questa importante pezza araldica; gli uni vollero che rappresentasse la spada del cavaliero; gli altri, con più ragione, la dissero emblema di vittoria, di salute e di libertà.

Il Des Fossez che scriveva nel tempo di Riccardo II re d'Inghilterra fa un'osservazione, che al rigido Ménéstrier sembra impertinente, ma che é però molto assennata.

Egli dice che la croce è un segno d'ignobiltà e di non aver ragione per prendere altro emblema.

Infatti alle Crociate tutti, nobili e plebei, assumevano la croce; i primi la lasciavano poi per prendere una figura che ricordasse qualche loro impresa; i secondi, che non aveano diritto ad arme, serbarono la croce, che era nel diritto di tutti.

Però, bisogna convenirne, l'asserto di Des Fossez è troppo spinto; una gran quantità di gentiluomini, ed anche di principi, si fecero un vanto di ritenere la croce; ed oggi il voler reputare ignobili tutti quelli che hanno questa figura nelle loro arme gentilizie sarebbe cosa da far muovere il riso a tutti, araldisti e non araldisti.

Ma, come dicemmo, il succitato autore, scriveva in un'epoca in cui è probabile che le sue parole avessero quel valore, che più tardi pel progresso dell'araldica hanno perduto.

Le croci si trovano in numero sorprendente nelle arme; la Francia, la Spagna, l'Italia, l'Inghilterra ne hanno zeppi i blasoni.

In Picardia più che altrove si mostrano; così pure in Normandia, Lorena e Savoja.

La molteplicità stessa della croce ha prodotto la molteplicità delle sue modificazioni.

Il citato Des Fossez riconosce al suo tempo le seguenti dodici specie di croci: Plana, ingradata, troncata (scorciata), patena, figitiva, cruciata, molendinaris (mulinata), florida, nodulata, florida patens, floridanodulata e dupla partita.

L'Wpton, che scrisse dopo di lui, assicura di trovarsi imbarazzato nel descrivere tutte le differenti croci usate ai suoi tempi, e parla solo di trenta; il Wulson La Colombiére ne conta sino a settantadue, e il Ménéstrier, benché ne descriva solamente 40, osserva che ve ne sono molte di più.

Presentemente le varietà sono tante, che noi non ci daremo nemmeno la pena di contarle.

La croce nello scudo sta quasi sempre come pezza principale; però qualche volta si trova anche come figura secondaria, che carica o accompagna altre pezze.

Ordinariamente vi ha una sola croce nello scudo; ma se ne vedono anche di più, e in questo caso prendono il nome di crocette.

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La Fiamma

Le fiamme si rappresentano nell’arme come lingue di fuoco arrotondate inferiormente e terminate (nella maggior parte dei casi) in tre punte ondeggianti, per lo più di rosso o d’oro.

Le Fiamme, in araldica, significano amore, lealtà, fede, illustre fama e splendore di nome

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La Luna

La luna in araldica la si raffigura "piena", e crescente quando è mancante.

Si può trovare nelle arme in varie posizioni: montante (non è necessario blasonare questo attributo, come posizione ordinaria), quando ha le corna volte verso l'alto; volto, quando ha le corna che guardano il fianco destro dello scudo; rivoltato, quando le corna guardano il fianco sinistro; rovesciato, quando sono volte verso la punta dello scudo; volto in banda o in isbarra, quando guardano l'angolo superiore destro o sinistro; in cuore, quando tre crescenti sono addossati nel centro; sfrontato o addossato, quando due crescenti si mostrano le corna o il dorso.

Il crescente è l’emblema dell’Impero Ottomano, ma prima lo era già di Bisanzio o Costantinopoli.

Il significato, in araldica, di tale simbolo è il seguente: benignità e buona amicizia

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La Mazza

E’ una delle più antiche armi che si adoperassero ad offendere, e le più famose erano le “Mazze d’Armi”, come quella usata dal contestabile “Du Guescilin”, e che non erano altro che azze o ascie d’armi.

Ve ne erano di figurate, nodose, a clava, a punta, a tamburo, cilindriche, a catene, ad angoli salienti, a palline pendenti da catenelle ecc.

Le mazze erano usate per lo più dagli ecclesiastici nelle guerre.

In araldica, le mazze rappresentano violenza, forza e impetuosità di carattere.

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La Mitria

La Mitria, come tutti sanno, è una berretta rotonda, aguzza e partita nell'alto con due fascie pendenti, dette infule, che portano gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, e i canonici Mitriati.

Fu forse desunta dalle tiare e dalle infule dei sacerdoti egizi, ebrei e greci, e sin dal IV° 1'usarono i vescovi nelle funzioni di chiesa; ma non prima dell'VIII° secolo la troviamo alta e bipuntata; nell' 847 si concedeva dal papa per speciale privilegio.

Nell' araldica la Mitria serve da cimiero, e i diversi ecclesiastici la portano come segue:

Abati secolari: di profilo, col pastorale volto all'interno;

Abati regolari: inclinata a destra; col pastorale a sinistra, volto all'interno per dimostrare che non hanno giurisdizione spirituale fuori dei loro chiostri;

Abati commendatari: di profilo a destra, col pastorale a sinistra volto all'interno;

Canonici Mitriati: di profilo a destra;

Vescovi: di fronte a destra, col pastorale a sinistra volto all'infuori.

Arcivescovi: di fronte nel mezzo, col pastorale a sinistra volto all' infuori.

In Germania i vescovi fanno passare il pastorale entro la Mitria e spesso la pongono sull' elmo.

Molti vescovi che non avevano stemma, posero la Mitria entro lo scudo, come fecero Giovanni Shirnod vescovo inglese e Santi de' Cavi vescovo di Tivoli.

I vescovi ed arcivescovi pari d'Inghilterra usano le mitre cinte al basso della corona del loro titolo.

Le mitre si vedono anche sugli elmi di secolari per ricordare gli avvocati e protettori delle abbazie.

I Signori di Parthenay portano una Mitria per cimiero, perchè uno di questa famiglia essendo Arcivescovo di Tours, ebbe la dispensa di ammogliarsi, colla condizione però, ch'egli ed i suoi posteri prendessero il soprannome di L'Archeveque con l’obbligo di porre una Mitria sopra le loro arme.

Entro lo scudo la Mitria rappresenta dignità ecclesiastica o premio di virtù.

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La Palla

Le palle si distinguono dai bisanti e dalle torte (altre figure araldiche di forma tonda), perché sono ombreggiate e quindi sembrano in rilievo.

In arldica hanno il seguente significato: dimostrano l’eternità e il moto incostante della fortuna.

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La Palma

Questa pianta simboleggia in araldica la virtù ricompensata, la perseveranza e la felicità; e se è d' oro su fondo azzurro rappresenta generosità di pensieri e animo grande che non teme i rigori dell'avversa fortuna, né cerca la vittoria senza conflitto.

Ma il vero geroglifico della palma è la vittoria stessa e il trionfo; onde gli antichi dissero

“palmam daré, palmam ferra, e palmaris sententia”
(consiglio che vince e decide)

“palmaris statua”
(statua di un vincitore).

Ausonio scrisse:

Palmata vestis, ut in pace Consulis est, sic in victoria triumphalis.

Nelle imprese la palma è altresì emblema di confidenza e di santità.

Si pone nelle arme sradicata, terrazzata, fustata, fruttifera, accompagnata, sormontala, ecc., e il suo smalto più comune é il verde.

I rami di palma sono comunissimi.

Due di questi si mettevano spesso intorno agli scudi dei duchi e pari di Francia, in mancanza di decorazioni; e similmente ne usavano per ornamento le spose, gli abati e le abbadesse.

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La Piramide

Sotto il nome di piramidi o guglie gli araldisti tedeschi comprendono o confondono la punta, la pila, l'incappato, il calzato, l'abbracciato ed anche l'inchiavato, quando questo è formato da pochi e grandi, pezzi.

Essi ne fanno tante pezze di second'ordine, e blasonano ad esempio:

a) per la punta: Di.... alla guglia di....

b) per la pila: Di..., alla, guglia rovesciata di....

c) per l'incappato: Di.... alla piramide di....

d) per il calzato: Di.... alla piramide rovesciata di....

La piramide, che presso gli Egizi era geroglifico della gerarchia degli spiriti, in araldica rappresenta la virtù, la costanza e la gloria.

In Francia le piramidi sono frequenti nelle armi dei nobili creati da Napoleone I°, in ricordo delle campagne d’Egitto.

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La Rosa

Se il giglio è il fiore più bello in araldica, la rosa nulla ha da invidiar a tal fior.

La rosa in araldica si rappresenta allargata, di cinque foglie o petali, con un bottone nel centro e senza gambo.

Qualche volta però è al naturale, ossia come si trova in natura.

Suoi attributi sono: bottonata (col bottone, un piccolo cerchio nel mezzo, di smalto diverso), gambuta, fogliata, attraversata, attraversante, accompagnata, sormontata, sostenuta, ecc.

Dicesi sia stata introdotta nel blasone delle famiglie d'Italia dai Normanni; ma abbiamo ragioni a credere che, indipendentemente da essi, già la regina dei fiori figurasse nelle imprese di tutti i popoli.

Anticamente i giudici tenevano in mano un mazzetto di rose, ed anche il Lord Mayor di Londra giudicava colle rose in mano.

Nei tornei la rosa significava freschezza e tenerezza, ma se gialla, era emblema di vergogna.

Numerosi motti furono applicati alla rosa nelle imprese:

Nascendo senescit; Vix orca fugit

Destasi allo spuntar del primo raggio

E tra le spine pur spuntando viene

Quanto si mostra men tanto è più bella

Fortitudo et decor

E punge e piace

Fiorisce ma ferisce

Non vi è rosa senza spine

ed altri, onde servi a rappresentare la vita umana, la bellezza, la virtù ritrosa, la verginità, la modestia, la caducità, l’eloquenza satirica, etc.

In araldica la rosa dimostra la grazia, la bellezza, l’onore incontaminato, la soavità dei costumi, la magnificenza, la grandezza di nobiltà e il merito conosciuto.

È inoltre simbolo del silenzio, tanto che gli antichi ne ponevano una in mano della statua d'Arpocrate, e la dipingevano sulla volta delle stanze per far intendere che le cose ivi udite si doveano tacere.

La rosa rossa è emblema dell'amore e della grazia vigorosa, la rosa bianca d'integrità di costumi.

Non tutte le rose che si trovano nell'armi hanno un significato simbolico; in Inghilterra molte hanno origine dalla guerra delle due Rose; altre rappresentano le rose d'oro mandate dai Pontefici in dono ai principi, come son quelle dell' arma di Grenoble e dei Gherardini di Firenze.

In Inghilterra è anche brisura del settimo figlio.

La rosa è, dopo il giglio, il fiore più comune nel blasone; se ne vede un gran numero nelle arme d'Italia e di Francia, e specialmente nella Sicilia, nel Veneto, nel Piemonte, nella Savoja, nel Lionese; altrove è altresì frequente.

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La Sbarra

La sbarra è considerta una pezza onorevole di 1°ordine

Ha le stesse dimensioni della banda, e che, come quest'ultima, pare abbia origine dal balteo militare.

Differisce solo dalla banda per essere posta diagonalmente da sinistra a destra, ossia movente dal canton sinistro del capo per terminare al canton destro della punta.

Ci fu chi disse che é indizio dei domati appetiti e di costanza nel valore.

Il Bombaci (famoso araldista) dice, che non si usa che in Germania; é questo un errore ben grave, perché si vede anche in Francia, in Inghilterra, in Ispagna ed in Italia.

In Francia é qualche volta contrassegno di bastardigia.

La sbarra ridotta chiamasi traversa, contrabastone, contrafiletto.

Attributi di essa sono pressoché tutti quelli che si danno alla banda.

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La Spada

Arma offensiva da punta e da taglio.

S'attribuisce l'invenzione di essa a Tubalcain figlio di Lamech e di Zilla, ed è il principale segno distintivo della professione militare.

Antichi autori riferiscono che gli Unni adoravano la spada.

In Francia essa era l'oggetto di una speciale venerazione per i cavalieri, che ne foggiavano l'elsa a croce e pregavano innanzi ad essa.

Gli antichi romanzi parlano dalla Giojosa, spada di Carlomagno, della Flambergia, spada di Brandímarte, della Balisarda, spada di Rinaldo, della Durlindana o Durindarda, spada di Orlando ecc.

Vi erano diverse specie di spade: la spada a bastone, che consisteva in una specie di stocco con pomo e frangia intorno ad esso, la spada alla spagnuola con elsa a guardamano, la spada alla svizzera con guardamano a più rinvolte, la spada di riscontro con impugnatura a serpentina, il braquemart, la spada a croce, ecc.

Le spade dei cavalieri nel medio evo, si adoperavano a due mani, e furono poi dette spadoni.

La lunghezza delle spade variò coi tempi.

Nel XIII secolo erano corte, acute e taglienti dalle due parti.

Nell'inventario di Luigi X si legge:

Item 4 espées garnies d'argent, dont les deux sont garnies de samits et les deux de cuir.

Item une espée garnie d'or et de cuir.

Item une espée à parer garnie d'argent, le pommel et le poing émaillés.

Item 8 espées de Toulouze, et 2 miséricordes.

Item 17 espées de Bray.

Item une espée de Jean d'Orgeret, et 2 espées et une miséricorde de Versi.

Sino al XIV secolo il balteo al quale era attaccata la spada si portava diagonalmente dall'alto dell'anca destra al basso della sinistra; dal 1350 al 1410 si portava a cintura, più tardi a tracolla.

Spesso il pomo della spada serviva di sigillo ai cavalieri; la spada da torneo doveva esser larga quattro dita, affinché la lama non potesse passare attraverso le griglie della visiera.

In araldica la spada dimostra la nobiltà militare della famiglia, e a volte rappresenta vendetta.

Gli antichi cavalieri e gentiluomini di razza mettevano la spada accostata allo scudo, o sotto, o dietro.

Nello scudo si pone ordinariamente in palo, la punta rivolta verso il capo; si trova anche colla punta all'ingiù, appuntata, impugnata, guarnita, pomata, foderata, fiammeggiante, ecc.

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La Tigre

Bellissimo animale, feroce quanto il leone ma meno usato in Araldica

La tigre in Araldica si rappresenta in modo particolare il muso è allungato senza striature sul pelo e solitamente di color oro.

Chi prese per insegna la tigre fu uomo di gran coraggio e prestezza nel combattere e vincere il nemico.

Questa è l’opinione di uno dei più noti ed accreditati araldisti l’illustre Marco Ginanni vissuto nel XVII° secolo.

Secondo Goffredo di Crollalanza, anch’egli celebre araldista, la tigre simboleggia l’animo indomito, e nelle imprese la ferocia.

La tigre è uno dei quadrupedi più rari nell’arme.

Essa viene rappresentanta rampante con la testa posta di fronte, come si usa per il leopardo, oppure passante, ossia come se stesse camminando.

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La Torre

Contrassegno d'antica e cospicua nobiltà, perchè nessuno fino dai tempi remoti, poteva fabbricar torri se non era d'illustre e potente famiglia.

Nelle armi si rappresenta ordinariamente rotonda; quando è quadrata conviene blasonarne la forma.

Non si indicano i merli della torre se non sorpassano il numero di tre.

Numerosi sono gli attributi della torre; per tacere dei più rari, riferiremo i seguenti: aperta, chiusa, finestrata, murata, coperta, tegolata, saracinescata, banderuolata, castellata, fiancheggiata, rovinata, gradata, merlata, poggiata, terrazzata, torricellata o riturrita, incompiuta, inclinata in banda, rovesciata, sormontata, accostata, sostenuta, fiancheggiata, movente, accompagnata, sostenente, cimata, inquartata, ecc.

La torre è figura comunissima nel blasone; l’eminente araldista Cartari fa osservare che ancor più frequente è nelle arme delle famiglie di Lombardia; lo stesso può dirsi per quelle di Provenza.

Tornando al Castello, è frequente in tutte le armi di Europa, ma più specialmente in quelle di Catalogna e di Provenza.

Si rappresenta nello scudo sotto la forma di una costruzione consistente in una cortina fiancheggiata da torri rotonde, merlate, quasi sempre coperte e banderuolate.

Quando ha più di due torri, o quando non sono coperte conviene dirlo blasonando.

I castelli nelle armi si dicono: finestrati, aperti, chiusi, banderuolati, merlati, murati, coperti, scoperti, inferriati, saracinescati, in rovina, diruti, torricellati, etc.

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La Vite

La vite compare negli scudi,accollata ad un palo, ad un albero ad una torre ecc. con i suoi pampini e con i suoi grappoli.

In araldica significa: allegrezza e ricreazione, come è anche simbolo della prontezza, della pubblica unione e della giovevole amicizia.

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Le Chiavi

L'origine di questo simbolo pontificio risale a Gesù Cristo, il quale nel conferire la sua autorità a San Pietro gli disse: “Et tibi dabo claves regni Coelorum et quodcumque ligaveris super terram, erit ligatum et in coelis; et quodcumque solveris super terram, erit solutem et in coelis”.

In tutti i monumenti San Pietro viene rappresentato con due chiavi, una d'argento e l'altra d'oro; anzi si osserva in un mosaico che stava nell'atrio della basilica vaticana, sul sepolcro dell'imperatore Ottone III, la figura di San Pietro con tre chiavi, rappresentanti la scienza, la potenza e la giurisdizione.

Nel 1204 la Chiesa Romana aveva già le chiavi nel suo stendardo, come si rileva da quello che Innocenzo III mandò a Calogiovanni re dei Bulgari, e dal mosaico dell'abside vaticana fatta dal medesimo pontefice, nel quale si vede l'effigie della Chiesa con lo stendardo delle due chiavi.

Sulle monete battute dai papi, le chiavi scorgonsi nel secolo XIV.

Il primo a porle come contrassegno della dignità pontificia dietro lo scudo della sua arma, fu Bonifacio VIII, come asserisce il Zazzera.

Nicolò V°, plebeo di nascita, si fece lo stemma ponendo le chiavi entro lo scudo in croce di Sant’Andrea, come si vede sulla porta di San Paolo, nella Chiesa e palazzo di San Lorenzo in Lucina e in altri luoghi.

Urbano V le pose in capo delle arme gentilizie, e tali si vedono sull'altare maggiore di San Giovanni Laterano; nel deposito di Martino V nella stessa basilica si osserva il medesimo.

Altri pontefici, fra i quali Clemente X, le posero in croce di Sant’Andrea sopra lo scudo e sotto la tiara, e Gregorio XI ai lati di esso, come può accertarsi nella Lateranense.

Le chiavi del papa rappresentano la sua giurisdizione sul mondo cristiano; per ciò appunto nei funerali pontifici soglionsi portare le armi col triregno ma senza le chiavi, perché la giurisdizione termina colla morte.

Nella vacanza di S. Sede invece si usano le chiavi nello stemma e nella bandiere dello Stato Pontificio, ma manca la tiara; perché la giurisdizione continua ed é amministrata dal Camerlengo, che non essendo capo della Chiesa non può portare il triregno.

Le due chiavi pontificie sono unite per mezzo d'un nastro o cordone che passa negli anelli, che é per lo più di color rosso, benché qualche araldista pretenda che si faccia azzurro.

Le chiavi furono spesso concesse dai papi a città o famiglie, che le posero nelle loro arme, quali Avignone, Orvieto, Viterbo, l'Abbadia di San Gallo in Svizzera, i Rasponi di Ravenna, gli Estensi di Ferrara, ecc.

Il Ciampini, ci ricorda come Innocenzo IV dopo di aver ricevuto nel 1248 sotto l'immediata sua tutela un'ospedale della diocesi morinense, gli concesse per arma “signum clavis b. Pietro a Domino Salvatore nostro collatae”.

Il Ménéstrier dice non dubitar punto che molte delle chiavi poste nelle arme di tante chiese, città e famiglie non siano il ricordo di quelle che i papi inviavano anticamente ai principi e alle chiese, e che chiamavano di San Pietro, perché le benedicevano solennemente e chiudevano in esse un po' di limatura delle catene del primo pontefice.

Leone III ne mandò a Carlo Martello e Gregorio VII ad Alfonso re di Castiglia.

Il capitolo di San Servasio a Maestricht, che ha per arma una chiave d'azzurro in palo su argento, pretende che San Pietro ne desse una simile a San Servasio; ma il Ménéstrier giudica che sia invece una delle Claves de gremio Sancti Petri, di cui già si disse.

Le chiavi furono anche prese dai Guelfi come distintivo di parte; altri le portano per simboleggiare fedeltà e provvidenza; altri come diritto di feudo, o anche diritto domestico; l'actum legitimum dei Romani, per il quale nelle nozze la sposa riceveva le chiavi di casa andando a stare con lo sposo, e la erano tolte quando ne uscisse in caso di ripudio.

Noi pensiamo che in araldica le chiavi possano anche rappresentare quelle delle città e fortezze, l'ufficio di governatore e di castellano, e la conquista d'una piazza.

Le chiavi sono comuni nell'araldica della Francia e della Svizzera.

La posizione ordinaria della chiave nello scudo é di figurarle in palo, col congegno posto in capo e volto a destra.

Ogni qualvolta non é in tal posizione, bisogna blasonarlo.

Si vedono chiavi addossate, affrontate, legate, in fascia, in pergola, in banda, in isbarra, in croce di Sant’Andrea, intrecciate con gli anelli, losangate e pomettate, con doppio congegno, ecc.

Due chiavi d'oro accollate dietro lo scudo sono contrassegno del Gran Ciamberlano.

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Le Guglie

Sotto il nome di guglie o piramidi gli araldisti tedeschi comprendono o confondono la punta, la pila, l'incappato, il calzato, l'abbracciato ed anche l'inchiavato, quando questo è formato da pochi e grandi, pezzi.

Essi ne fanno tante pezze di second'ordine, e blasonano ad esempio:

a) per la punta: Di.... alla guglia di....

b) per la pila: Di..., alla, guglia rovesciata di....

c) per l'incappato: Di.... alla piramide di....

d) per il calzato: Di.... alla piramide rovesciata di....

La piramide, che presso gli Egizi era geroglifico della gerarchia degli spiriti, in araldica rappresenta la virtù, la costanza e la gloria.

In Francia le piramidi sono frequenti nelle armi dei nobili creati da Napoleone I°, in ricordo delle campagne d’Egitto.

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Le Stelle

Nelle armi si vedono spesso un gran numero di stelle, che possono essere a cinque, sei, otto, fino a sedici raggi.

Ordinariamente le stelle a cinque raggi sono più comuni in Francia, in Spagna, in Inghilterra, nel Belgio e in Polonia; quelle a sei in Germania ed in Olanda.

In Italia si trovano spesso di tutte due le sorta, quelle di sette e più raggi sono meno usate.

Riguardo al blasonamento i Francesi blasonano la stella, senza contare il numero dei raggi.

Viceversa i Tedeschi non blasonano il numero dei raggi della stella di sei, ma di quella di cinque.

Gli Italiani hanno seguito ordinariamente il metodo tedesco; noi però avendo adottato il sistema francese, anche in questo saremo ad esso fedeli, blasonando sempre il numero dei raggi delle stelle che ne hanno più di cinque.

Le stelle sono tra le figure più diffuse dell'araldica; ed è naturale che una figura si bella e da tutti conosciuta sia stata adottata da tante famiglie.

In Lombardia e Toscana erano un tempo contrassegno dei Guelfi; mentre in Romagna tre stelle in capo dimostravano che il possessore dell'arma era Ghibellino.

Alcuni simbolisti pretesero che le stelle dimostrino il buono o cattivo augurio, e la condotta degli uomini; ma pare che siano meglio atte a rappresentare la mente rivolta a Dio, la finezza d'animo, azioni sublimi, fama e nobiltà gloriosa e splendore di famiglia.

Le stelle si fanno più spesso di metallo che di colore; la stella nera è un caso rarissimo.

Nelle armi le stelle devono sempre avere un raggio volto verso il capo, altrimenti se lo avessero diretto alla punta, si chiamerebbero “riversate o cadenti”.

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Lo Scudo Partito

Stemma partito, ossia diviso in due parti uguali da una linea verticale.

Questi scudi sono di due sorta, cioè quelli che formano un’arma solo primitiva, e quelli composti da due arme congiunte mediante questa partizione.

Una simbolica speciale è attribuita agli scudi partiti di vari smalti: il partito d’oro e di rosso indica giurisdizione, giustizia e nobiltà magnanima; d’oro e di azzurro, nobiltà perfetta, pregio di virtù e splendore del merito in mezzo alle più sublimi grandezze; d’oro e di verde, suprema speranza; d’oro e di nero, pensieri gloriosi in ferma volontà; d’oro e di porpora, ricchezza, dominio, sostenuto dalla prudenza e dalla religiosità.

Lo scudo partito è comunissimo in Italia, ove era distintivo dei Ghibellini.

In Spagna, la partizione dello scudo è contrassegno di due Grandati in una stessa famiglia.

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Lo Sparviero

Questo volatile in araldica ha un suo ben preciso significato.

Simbolo di vittoria e di gloria per l’eccellenza del suo volo.

Lo sparviero, come ricordo delle cacce signorili, si trova di frequente nelle arme, ove ha comuni tutti gli attributi col falcone.

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Lo Specchio

Simbolo di abilità e di riflessione e geroglifico Cristiano di prudenza.

In araldica rappresenta il principe giusto, l’amico sincero, la purità dell’animo, il consiglio e l’ammaestramento.

Varie possono essere le sue forme, solitamente è di smalto d’oro o d’argento ma lo si può rappresentare anche con i colori.

Nello scudo lo si può trovare come elemento singolo e non accompagnato da altre figure, oppure tenuto tra le mani o sostenuto da animali.

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Losanga o Rombo

I Tedeschi considerano la losanga o rombo, pezza onorevole di secondo ordine; i Francesi e gl'Italiani come pezza meno onorevole.

Quanto alla sua origine, chi la vorrebbe un ferro di lancia, chi una pietra, o un cuscinetto o un fuso.

Vi è chi crede che la voce losanga sia una corruzione di laurenzia, e pretende che rappresenti una foglia di lauro.

Altri s'appoggiano per l'etimologia alla voce del basso latino losa, pietra a quattro angoli.

Ma l'opinione che più s'addice al vero è quella che la vuol derivata da un fuso, come ricordo di donne illustri uscite dal seno della famiglia, o per segno di simpatia al sesso gentile.

Le losanghe sono molto comuni nelle arme, e possono essere accollate, caricate, attraversanti, ecc.

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L’Albero

Fra le figure più usate in araldica, troviamo gli alberi.

Il più delle volte stanno a significare i diritti feudali sui boschi e nomi di città, oppure di famiglie aventi qualche analogia col nome degli alberi stessi, oltre alla simbolica speciale appartenente a queste figure, han dato origine alla intromissione loro nelle arme.

I più comuni sono il castagno, il ciliegio, il cipresso, il faggio, il fico, il frassino, il mandorlo, il melo, il moro, il noce, l’olivo, l’olino, il palmizio, il pero, il pino, il pioppo, la rovere, il salice, il sorbo, etc.

Essi si pongono fruttiferi, sfogliati o secchi, fustati di smalto diverso, fioriti, caricati, diramati, noderosi, mozzi, piantati o terrazzati, recisi, ritondati, sradicati, coricati, in banda, fasciati nel tronco, etc.

Il colore ordinario degli alberi è il verde, però si veggono anche d' oro, d'argento e d'altre tinte.

La loro posizione normale è in palo colle radici, o nascoste in una zolla (terrazzato), o libere e sparse (sradicato).

Spesso si vedono sugli scudi i semplici tronchi, i rami, le radici, le foglie, i fiori o i frutti.

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L’Ancora

L' àncora é composta di varie parti che si designano con nomi speciali quando sono di differenti smalti: il tronco chiamasi stanga, la traversa trave, i ramponi uncini, il canapo, quando ve n'ha uno, gomena.

La sua posizione ordinaria é in palo colla trave verso il capo; due ancore si pongono in croce di S. Andrea.

Quando ha la gomena è di smalto diverso, dicesi cordata.

E’ simbolo di costanza, perché resiste a tutti gli sforzi delle onde, quando é gettata ad arrestare una nave.

E’ inoltre geroglifico di speranza cristiana, e fu preso sovente come memoria di lunghi ed illustri viaggi fatti per mare, o d'imprese su questo elemento compiute.

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L’Aquila

Re degli uccelli, compagno di Giove, custode della folgore, insegna temuta un tempo per tutto il mondo, nulla potea contendere all’aquila il primato sulle figure del blasone.

Era anticamente, come tutt’ora, il simbolo della maestà e della vittoria, della forza e del potere sovrano, sia monarchico, sia popolare, condotta nelle battaglie da Mario ed auspice delle campagne dei Cesari.

Dopo aver figurato sugli stendardi di Ciro divenne l’insegna dei Lacedomini, degli Epiroti e dell'Egitto sotto i Tolomei.

Si narra che a Romolo, mentre gettava le fondamenta della sua città, essendo apparsa un'aquila, i Romani la presero tra le loro insegne; più particolarmente poi quando gli Etruschi fecero ad essi omaggio di uno scettro sormontato da un'aquila d'avorio quale simbolo della sovranità cui si assoggettavano.

L' aquila divenne la vera e principale insegna di Roma, allorchè Mario abolì tutte le altre per non conservare che questa, e lo fu definitivamente sotto gli Imperatori.

Nel Medio Evo l'aquila fu particolare emblema della dignità imperiale; e i re di Germania rivestiti di questa, la portarono successivamente sulle loro bandiere e sui loro scudi.

Ma allorchè essi, cercando un appoggio nei piccoli feudatari e proprietari di terre allodiali contro i grandi vassalli, cominciarono a tributar loro concessioni di titoli e di privilegi, l'aquila passò dallo scudo imperiale si gentilizii, conservandosi però per qualche tempo nera sul campo d'oro.

L'ambizione dei nobili e le vicende delle fazioni guelfa e ghibellina ampliarono l'uso di quella nobile figura, cangiandone gli smalti e la posizione a seconda del partito o delle proprie passioni, sicchè presto furono viste aquile d'ogni colore e d'ogni foggia figurare nei torneamenti e nelle battaglie.

E peggio fu allorchè avendo gli imperatori adottata l'aquila bicipite, ed alcune illustri famiglie essendo riuscite ad ottenerne il privilegio, la prima si moltiplicò grandemente, cessando però d'essere considerata qual concessione imperiale.

E' ben vero che molti conservarono l'aquila semplice, come l’avevano ottenuta dall' imperatore, ma questi furono pochi e presentemente si considera come imperiale la sola aquila bicipite di nero in campo d' oro.

Delle altre, che coi diversi colori presero significazioni diverse, cercheremo di dichiarare qui l'interpretazione simbolica, che ci diedero il Ginanni e la maggior parte degli araldisti italiani e stranieri.

L’aquila d'oro in campo rosso servì a denotare un capitano abile e valoroso; l’aquila rossa in campo d'oro, denota generosità di pensiero indirizzato all'amore del vero, al rispetto della virtù e al culto del valore.

D'argento in campo d'azzurro rappresenta nobile e candido animo, che trionfando perdona, e trae a sè i cuori con la cortesia e con la clemenza; d'azzurro sull'argento pensieri sublimi di virtù e d'equità.

L'aquila d'oro in campo d'azzurro è emblema della fama conseguita per la virtù, e d'azzurro in campo d'oro dimostra giustizia di principe savio e accorto, intento alla conservazione dei suoi dominii.

Se l'aquila è d'argento sul fondo rosso, essa è simbolo di libertà e d'indipendenza; se al contrario è rossa in argento lo è della prodezza accompagnata dalla pietà.

Quando è d'oro in campo, verde, o verde in campo d'oro vale speranza cristiana.

Esempio rarissimo è l'aquila d'oro sul nero, la quale egualmente che quella di nero in campo d'oro è geroglifico di valore e di intrepidezza.

D'argento sul verde, o viceversa indica costanza, ma tal figura è poco usata.

Al contrario, usatissima, è l'aquila nera in campo argenteo, simbolo di principe prudente e saggio che pone a prova la fede dei suoi ministri.

L'aquila d'argento in campo nero, molto in voga nei torneamenti del Medio Evo, ma ora quasi obliata, si traduceva in desiderio di fama unito ad un sentimento di mestizia ed anche noncuranza dei pericoli dell'armi, cagionata da un abbandono in amore.

Le aquile di metallo sopra metallo, o di colore sopra colore indicano un'eroica intrapresa, un fatto memorando, seppure l'arma che ne è fregiata non è irregolare o falsa.

Quelle di porpora o di qualsiasi smalto sopra il porpora, rarissime, denotano prudenza; quelle poste al naturale desiderio di libertà, e finalmente quello d'armellino, di vajo e d'altre pezze blasoniche furono puramente dettate dal capriccio e inventate a caso, per cui non sono che un semplice distintivo di schiatta e non hanno significato simbolico.

In generale però, l’aquila é emblema di nobiltà di natali, forza, potenza, grandezza d'animo, vittoria, valore, prudenza, strategia, gloria, monarchia o dignità ereditaria trasferita ad un solo.

Se l’aquila é spiegata, denota desiderio sublime, elevatezza di pensieri disprezzo di basse cose, ecc.

L'aquila dal volo abbassato, piegato o chiuso indica spesso prudenza o rassegnazione; spiegante o sorante slancio sublime, meditazione di grande intrapresa; nascente, desiderio di gloria; volante, chiarezza di fama, a cui parrebbe alludere il verso di Dante:

“Che sopra ogn'altro com'aquila vola.”

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L’Aquila Bicipite

Figura chimerica rappresentante un'aquila a due teste, di cui l'una guarda il fianco destro, e l'altra il fianco sinistro dello scudo.

Sull'origine dell'aquila bicipite fu discusso assai da tutti gli araldisti ed eruditi italiani e stranieri.

E primieramente il Cassaneo, sostiene averla scelta ad insegna Giulio Cesare, dopo che un' aquila, posatasi sul suo elmo, uccise due corvi che la molestavano dalle due bande; aggiunge che quest' avventura è riferita da Svetonio nelle Vite dei Dodici Cesari, e che gl'Imperatori Romani ereditarono quest'emblema come segno della loro dignità.

Ma Svetonio, narra che questo fatto avvenne ad Ottaviano Augusto e non a Giulio Cesare, e che l’aquila si posa sulla sua tenda, non già sul suo capo, e non parla di aquile bicipiti prese per insegne dagli Imperatori Romani.

Inoltre a confutare siffatta osservazione, basta quel poco che ne scrisse il Manin.

Meno inverosimilmente si attribuisce l'invenzione dell'aquila bicipite a Costantino, che l’avrebbe assunta, allorchè nel 325 dell' era volgare, trasferì la sede dell'imperio da Roma a Bisanzio, volendo mediante quel simbolo dimostrare che egli teneva sotto la stessa corona un impero che aveva due capitali.

Tale credenza passò in tradizione, e questa è appoggiata dall' Ariosto che nel suo Orlando Furioso rapporta le insegne di Leone Cazaro figlio dell'Imperatore Costantino IV Copronimo:

E per parer Leon le sopraveste;

Che dinanzi ebbe Leon, s' ha messe in desso;

E l'aquila de l'or con le due teste;

Porta dipinta nello scudo rosso

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L’Elefante

L'elefante in araldica rappresenta fortezza, coraggio, grandezza d'animo, benignità, prudenza e giustizia.

Nero in campo d'argento rivela un cavaliere giusta e clemente.

E’ simbolo di religione, perchè gli antichi credevano che adorasse il sole e che si lavasse in un fiume alla nuova luna; d'eternità, per la lunghezza della sua vita; di sovrano potere, perché non piega mai le ginocchia; di temperanza, perché non mangia più del consueto, anche se gli si offre di più; di benignità, perché non combatte che cogli animali di egual forza e lascia tranquilli l'uomo inerme e le bestie deboli; di prudenza, per l'opinione che lasciasse i denti onde non perder la vita; di coraggio, per la parte rappresentata da esso nelle antiche battaglie; e finalmente di liberalità e splendidezza di governo, per cui nelle medaglie di Tito, di Commodo, di Severo e d'Antonino Pio vi é l’elefante col motto

“Munificentia”

Egli si rappresenta nelle arme fermo, sostenente una torre (questo attributo molto frequente), difeso o armato (con denti di smalto diverso), cinghiato, gualdrappato, ecc.

Il suo smalto ordinario é l'argento; ma si trova d'altri colori.

Di rado si vede la sola testa, o la proboscide recisa.

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L’Olivo

Quest'albero, le cui fronde s'intesero sempre allegoricamente come emblema di pace, era dagli antichi consacrato a Minerva, e per questo gli Ateniesi lo aveano fra le loro insegne.

Attributo dei guerrieri trionfatori, e dei vincitori olimpici, l'olivo era altresì simbolo di vittoria, perché questa arreca con sé la pace.

Anche la castità era rappresentata da questa pianta, il perché presso gli antichi i nuovi sposi portavano corone d'olivo.

In araldica oltre la pace, dimostra anche la benevolenza, la buona fama e la gloria immortale.

Nelle imprese è figura usatissima, emblema di concordia se accompagnato col mirto e il motto.

Alcuni Motti che accompagnano l'olivo sono:

“Mutuo amore crescunt”

“Vulnere non verbere gaudet”

“Ea amara dulcedo”

L'olivo si pone sradicato, terrazzato, fruttifero, fustato, ecc.

I ramoscelli si vedono spesso nel becco di colombe; le olive separate sono rare nell'arme.

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L’Orso

L’orso compare nelle arme ordinariamente di profilo, rampante e passante.

Fu già insegna dei Galli, dei Goti, degli alani e degli Svevi di Spagna.

In Araldica, essendo animale iracondo e feroce, rappresenta l’uomo fiero in guerra, pronto a seguire i moti dell’ira sua. Simboleggia latresì l’uomo di poco spirito, materiale e incapace di consiglio, nelle imprese la diligenza, l’educazione, la fatica utile, l’amor vero, la virtù offesa, il coraggio indomabile e l’uomo feroce, che con la ragione si placa.

Gli orsi sono piuttosto frequenti nelle arme, specialmente di quei paesi ove abbondano tali animali, come la Germania, la Svizzera e nelle provincie settentrionali della Spagna

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Scudo Fasciato

Pezza onorevole di 1° ordine che occupa orizzontalmente il terzo di mezzo dello scudo, o, secondo i Francesi, due parti d'altezza delle sette di larghezza dello scudo.

Quando in uno scudo vi sono due o più fasce, restano di larghezza uguale a quella degli spazi che sono fra di esse.

Sei, otto o dieci fasce prendono il nome di “Burelle”; cinque, sette o nove fasce si chiamano trangle.

Due piccole fasce parallele ed accostate si dicono “Gemelle”; tre nella stessa disposizione “terza”.

La divisa o la riga sono eziandio fasce ristrette.

Uno scudo coperto di egual numero di fasce di colore e di metallo alternate, costituiscono il “fasciato”.

Delle varie opinioni degli araldisti sull'origine delle fascia riporteremo le principali.

La maggior parte vuol che rappresenti la benda con cui s'incoronavano anticamente i re, massime quella bianca o d'argento.

Ma se così fosse, non si vedrebbe nelle arme di semplici gentiluomini.

Altri vogliono che la fascia rossa in argento sia un ricordo della dignità senatoria, perché assomiglia al laticlavus dei Romani.

Bisogna però notare che questa fascia si vede in arme di famiglie che non hanno mai avuto che fare col patriziato della gran città.

Il Du Cange, pensa che la fascia provenga dalla fasciola o giarrettiera che serviva ad allacciare le calze.

Ma sarebbe invero curioso che un legaccio fosse tanto comune e di tanto pregio nel blasone, benché sia stato appunto un legaccio l’occasione che si istituisse l‘ordine nobilissimo della giarrettiera.

Non so chi disse rappresentare le bende d'onorate ferite; quest'opinione non merita maggiore apprezzamento della precedente.

Molti Francesi ne attribuiscono l’origine alla corazza, per essere nel mezzo dello scudo, come fecero del capo l’elmo, e della punta il calzare dei cavalieri.

Più ragionevole sarebbe il parere di coloro che vi veggono rappresentata una ciarpa da torneo a favore delle dame, se non fosse più naturale che questo ornamento si riscontrasse nella banda o nella sbarra, che indicano appunto colla loro posizione diagonale ad una tracolla.

Quanto a noi, stiamo col Pietrasanta, che primo interpretò la fascia per un cingolo militare.

Difatti la posizione nello scudo, e la frequenza di questa pezza nello armi, ci danno ragione a vedere nella fascia uno dei principali distintivi della cavalleria.

Altri autori ci dicono che simbolicamente la fascia può rappresentare un buon generale; quella rossa la maestà giusta e la vittoria audace, e quella d'argento illustre prosapia, prudenza e grandezza.

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Scudo Ondato

Attributo delle pezze e delle partizioni a linee serpeggianti come le onde; in Italia ed in Spagna, le onde o sinuosità si presentano molto pronunciate, più depresse e meno sentite in Francia e in Inghilterra.

Le pezze ondate, dimostrano che il loro autore fu capitano di mare, o guerriero che nel mare compì qualche bella impresa.

Sono altresì simbolo riconosciuto a chi ha saputo ben navigare nella vita del lavoro, delle imprese e degli affari.

Le fascie ondate, nelle armi di città, indicano prossimità del mare o di qualche grande fiume.

Sia le fascie, che le bande ondate, erano tra i distintivi delle famiglie che appartenevano alla fazione Guelfa.

Le partizioni a linee ondeggianti, sono meno frequenti delle pezze con tale attributo, che si vedono in tutte le armi d’Europa.

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Scudo Trinciato

Scudo o figura divisi da una linea diagonale da desstra a sinistra in due parti uuguali di due diversi smalti.

La sezione a si blasona innanzi alla sezione

Il trinciato, una delle quattro principali partizioni dello scudo , significa neutralità sincera e guerriera nobiltà in autore guelfo per natali, inoltre comunicazione di virtù, divisione d'impero e matrimonio proporzionato

Secondo i diversi smalti il Ginanni attribuisce al trinciato molti significati, di cui sappiamo fin'ove giunga l'esattezza.

Eccoli: trinciato d' oro e di rosso, trionfi di guerra; d'oro e d' azzurro, giurisdizione militare ; d'oro e di verde, proprietà in amore, mediocrità di bellezza e di virtù, nobiltà in animo giovanile; d'oro e di nero, buona fortuna ottenuta con fortezza; d'oro e di porpora, autorità con perfetto dominio; d' argento e di rosso, sospensione d' armi; d'argento e d'azzurro, pensieri alti e concordi colla purità d'animo; d'argento e di nero, libertà stabilita ed animi concordi; d' argento e di porpora, religione sostenuta con umiltà di cuore.

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Spiga – Pannocchia - Miglio

Questa figura in araldica ha il seguente significato

Le spighe di grano, che si pongono nell'arme, possono essere, gambate, piantate, o in fasci legati, rappresentano abbondanza e frugalità.

Se sono d'oro in campo d'azzurro simboleggiano buon senso di un uomo virtuoso, e prudenza che mai allontana dalle celesti ispirazioni.

Questo è ciò che dice l’insigne storico, studioso, araldista “Ginanni”.

Noi però crediamo che sia emblema della pace, come lo era anticamente, per cui cantava Tibullo:

“Al nobis Pax alma veni, spicamque teneto, postnat,

et pomi candidus ante simus”

Le spighe possono rappresentarsi o tutte moventi da uno stelo, o separate.

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Stella Cometa

La Stella Cometa se presente nello stemma significa, chiarezza di fama proveniente da illustre virtù.

Nelle imprese è anche emblema di ambizione e ne fu fatto il motto:

Dumlucem peream.

La cometa nelle arme deve essere munita di coda, e impropriamente si chiama cometa la stella a 16 raggi.

La cometa a cinque raggi (6 colla coda) non ha d'uopo d'accennarne il numero.

Si pone ondeggiante, crinita, orizzontale a destra o a sinistra, in fascia, in banda, in isbarra, in palo (quest'ultima posizione non si blasona), caudata di tre pezzi caricata, cadente (colla coda volta verso l’alto).

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Testa di Moro

Le teste di moro o di saraceno sono frequentissime nelle armi.

Indicano antica nobiltà, perché furono prese nelle Crociate o nelle guerre contro gli Infedeli, e rappresentano i Mori fatti prigionieri e resi schiavi.

Il loro smalto naturale é il nero, e si pongono di profilo (posizione che non si blasona).

Diversamente, nella blasonatura, ossia descrizione araldica, è obbligatoria la descrizione, che ad esempio può essere: “alla testa di moro vista di fronte, rivoltata, attortigliata, coronata, bendata, sanguinosa, ecc.”.

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Uccello

Gli uccelli più frequenti nel blasone sono l'aquila, l'airone, il laniere, l'avvoltoio, l'astore, il falcone, il nibbio, lo sparviero, lo struzzo, il cigno, la cicogna, la gru, l'alcione, l'oca, il merlo, l'anatrella, il merlotto, il pavone, il gallo, il pappagallo, la colomba, la tortora, la gazza, la civetta, il corvo, la rondine, l'usignuolo, l'allodola, la calandra, il cardellino, il picchio, la pernice, la quaglia, lo storno, il passero, etc.

In generale gli uccelli dimostrano altezza di spirito alieno dalle terrene sozzure.

Nel blasone, il volatile lo si blasona (descrive) solamente quando si conosce la razza, diversamente, lo si chiama semplicemente “uccello”.

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Vajo

L' origine di questa pelliccia nell' armi ci è dottamente riferita dal Du Cange nelle sue dissertazioni sulla cronaca di Joinville.

Tutti gli autori si accordano nel dire che il vajo fu una delle foderature più ricche e preziose di cui si decorassero i grandi signori nel medio evo.

Cesare Vecellio descrivendo gli abiti d'Ordelaffo Faliero, doge di Venezia nel 1085 dice:

“Il manto dunque era di seta fregiato d'oro, et foderato di varie pelli, che in quei tempi erano di grandissima stima, et di qui nasce che l'armi et l'insegne di molte famiglie nobili, fanno oltre le altre cose queste pelli, che chiamano vari, et perciò si vede, che l'antichi pittori qualunque volta volevano ritrar qualche gran personaggio di Autorità lo dipingevano ordinariamente con un manto fodrato di queste pelli”.

La maggior parte degli autori scrivono che il vajo non è altro che una pelliccia composta di pezzetti di pelle d'armellino e di quella d'un animale, detto dai Francesi gris; questi pezzetti essendo ritagliati artisticamente a triangoli rappresentano la figura di diverse campanelle rovesciate le une contro le altre; al bianco fu sostituito l'argento, al grigio l'azzurro, colore araldico che, più si assomiglia a quello.

Aggiungono alcuni scrittori che il nome divario e vajo fu dato appunto a questa pelliccia per la sua varietà di colori.

I Babilonesi sembrano essere stati i primi ad inventare le pelli variate; il Du Cange sostiene anzi che furono gli inventori del vajo, composto di pelo d'armellini e di gris.

Monet nel suo inventario delle due lingue scrive che: 

« Vair est une espèco d'écurieu de poil tirant sur le colombin par le haut du corps, et blanc sous le' ventre; dont la peau, seri de fourrures aux manteaux des rois, laqueìle on diversifie en quarreaux et tavellures de colombin et de blanc, ores de plus grand, ores de moindre volume, qu'on appello grand vair ou petit vair ».

Giovanni Le Laboureur nella relazione del viaggio della regina di Polonia, dice che il minuto vajo, di cui i re e i grandi portavano altre volte le foderature, è tratto da pelli di martore zibellino e di rats musquez che trovansi nella Moscovia.

Noi però ci atteniamo all'opinione dell'erudito Du Cange, il quale così si esprime:

“J'estime quo cos animaux ne sont autres quo le gris, quo le juif Benjamin, sui. vant la traduction d'Arias Montanus, appello d'un seul mot veergases ou vairsgris, écrivant qu'il s'en trouvo un grand nombre dans les forests de Boheme"

Regio omnis montosa est, silvisque frequentissima in quibus animalia illa inveniuntur, quae veergases dicuntur, eaedemque zibellinae dictae”.

Vi era però una differenza fra il vajo e il gris, come si rileva da varie ordinanze dei re di Francia; il gris era tutto unito, mentre il vajo era composto di vari pezzetti come già detto.

Il P.Anselmo ed altri araldisti opinano che il vajo sia stato introdotto nell'arme dai Coucy al tempo delle crociate; comunque sia, il vajo si trova figurato in un gran numero di scudi gentilizi, benchè in verità era meno usato dell'armellino.

Ove più appare è nel blasone francese; in Italia e in Inghilterra vi è meno frequente; raro in Spagna, più ancora in Germania.

Simboleggia preminenza d'onori, dignità ragguardevole e gran nobiltà.

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